Pace, nuova chiesa e nuova teologia

Una nuova teologia potrebbe riscattare i poveri, una teologia intesa come incarnazione del Vangelo nella concretezza della risposta della base agli abusi del potere. Si potrebbero far rivivere i sogni di liberazione falliti, ma non del tutto, della Chiesa latino- americana, una nuova teologia della liberazione impregnata di spiritualità nella coscienza che nessun potere politico potrà mai sopprimere la libertà con cui Dio ci ha creato. Dio vuole la liberazione integrale dell’uomo e  della donna da tutto ciò che lede la loro dignità. Dio guida le donne e gli uomini a trovare strategie non violente per liberarsi dalla giustizia strutturale dagli abusi di potere, dalla guerra e dall’oppressione dittatoriale. Don Giuseppe Serrone, fondatore dei sacerdoti lavoratori sposati, invita le comunità cristiane  a sviluppare insieme un progetto per i diritti umani all’interno della chiesa, un modo per sognare insieme un cambiamento, nonostante tutto. Nella certezza che Dio, padre dei poveri, è molto più vicino ai popoli del mondo di quanto noi stessi possiamo immaginare.

"Costruiamo una nuova Chiesa". Lo ha dichiarato Giuseppe Serrone, fondatore e Direttore dell’associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati, il 3 novembre 2005 al "mauriziocostanzoshow".

 Il programma ha affrontato il tema del celibato sacerdotale. Erano presenti in studio: Maurizio Costanzo, p. Miranda (preside  Facoltà Bioetica Regina Apostolorum), l’antropologo Alberto Abbruzzese della Sapienza di Roma, il pastore Garrone (preside Facoltà Valdese di Roma) e il Direttore de La Padania.

La nostra associazione comunica che  ridurrà l’impegno, dopo l’ultimo Sinodo dei Vescovi,  per il riconoscimento da parte della Chiesa cattolica latina dei sacerdoti sposati.  Siamo consapevoli che quasi sicuramente il riconoscimento  arriverà  fra decenni. Invitiamo, liberamente,  uomini e  donne del nostro tempo che condividono il nostro impegno a unirsi a noi per riorganizzare e  rifondare una la Chiesa (una comunità cristiana nuova), dove possano avere diritto di presenza non solo sacerdoti sposati ma anche tutti quelli che vivono, a causa di stereotipati canoni, situazioni di emarginazione.

Sappiamo anche noi  che è difficile, dato che i costi del più piccolo luogo di culto sono proibitivi.  Le donne e gli uomini vogliono davvero la libertà? C’è ancora tanto interesse religioso da garantire un futuro ad una nuova Chiesa? Forse in Italia ancora è possibile. Abbiamo deciso di  iniziare con una  "nuova Chiesa virtuale" (questo suggerimento ci è stato proposto da un sacerdote cattolico diventato pastore di una comunità cristiana. Il Pastore si è dichiarato lieto di aver dato un piccolo contributo alla formazione di una Chiesa Libera e Liberata…, e ha dato tutto il suo appoggio morale e la sua unione nella preghiera, poiché è certo che Dio vuole questo per il bene di tanti suoi figli e figlie. Ci ha scritto che il nostro cammino sarà duro e difficile ma lo Spirito Santo, che vede le vostre intenzioni pure, saprà intervenire con la sua potenza e la sua luce ).

Il 17 Novembre 2005 a Ginevra, don Giuseppe Serrone, sacerdote sposato, e la moglie, Albana Ruci, hanno partecipato come Ambasciatori di Pace all’inaugurazione della  Universal Peace Federation.

La Interreligious and International Federation for World Peace opera per la promozione della pace mondiale attraverso programmi educativi, corsi, conferenze e pubblicazioni. La Federazione incoraggia e sostiene l’impegno di personalità sensibili al problema della pace in attività di utilità sociale. Essa opera inoltre per costituire delle coalizioni ad ampio raggio formate da istituzioni non governative, religiose, culturali ed educative, volte a promuovere soluzioni ai problemi mondiali che siano valide ed attuabili nella pratica. La IIFWP International è stata fondata nel 1999 in Corea, mentre la IIFWP – Italia è stata fondata a Roma il 13 maggio 2004.

La IIFWP è stata fondata allo scopo di contribuire alla realizzazione di un mondo in cui popoli, culture, razze, religioni e nazionalità vivano in armonia, mutuo rispetto, cooperazione e prosperità. La visione della pace del mondo anima tutti i programmi e le attività della IIFWP. Un punto distintivo della visione della IIFWP è la consapevolezza della necessità dell’approccio interdisciplinare al problema della pace.

Ciò vuol dire che la pace non può essere realizzata solo dal mondo della cultura o della politica o della religione, bensì solo grazie alla collaborazione tra tutte queste componenti della società.

Un altro carattere distintivo della visione della IIFWP consiste nella collaborazione con molti tra i più importanti leaders religiosi del mondo. Ciò deriva dalla consapevolezza della grande influenza positiva che le grandi tradizioni religiose del mondo possono avere sui popoli al fine della promozione della pace. Inoltre, è solo promuovendo nelle varie culture la visione originale dei fondatori delle religioni che le religioni stesse possono superare le barriere che spesso le dividono.

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Il Cristianesimo ha ancora futuro?

Adista ha pubblicato una lettera rivolta al Papa di Jean-Paul Lefebvre. L’autore pone una domanda:  «il cristianesimo ha futuro nel mondo moderno? Per essere più precisi, occorrerebbe chiedersi: la cultura ecclesiastica e monarchica in seno alla quale la Chiesa è immersa a partire dal quarto secolo sono percorribili, in particolare in Occidente? (…) ».

«Affinché possiamo percepire un nuovo volto di Cristo, occorrerà che ci appaia un nuovo volto del papa e della gerarchia della Chiesa. Siamo milioni di cattolici, Santo Padre, a credere che il papato e la Curia romana, per il peso della disciplina ecclesiastica, e per i numerosi abusi di autorità, hanno completamente imbavagliato non solo un buon numero di teologi, ma anche la gran maggioranza dei vescovi, nonostante siano successori degli apostoli. Basterebbe rievocare l’abbondante corrispondenza tra il Vaticano e i vescovi tedeschi! Per quanto ne so io, Roma ha tagliato, talvolta in modo brutale, tutte le discussioni: quella sulla comunione ai divorziati risposati, quella sui consultori per le donne che pensavano ad un aborto, quello della missione pastorale delle Chiese locali… In tutti i casi, i giudizi burocratici della Curia hanno prevalso sulle opinioni delle persone che vivevano sul posto, non nei palazzi ovattati del Vaticano, ma in seno al popolo di cui erano in grado di valutare meglio le esigenze di quanto lo fossero i funzionari romani, e il papa stesso. Conservo un ricordo particolare della Sua polemica pubblica con il Suo compatriota il cardinale Kasper, sulla natura della Chiesa locale. Devo confessarLe che la prospettiva di quest’ultimo mi sembrava più pastorale, più evangelica della Sua.
Oggi Lei guida una Chiesa di cui Cristo è norma e modello; una Chiesa alla quale "Pietro" ha imposto, nel corso dell’ultimo quarto di secolo, un pensiero unico, concepito in Vaticano, che non tiene in alcun conto le differenze culturali più rilevanti tra le comunità cattoliche sparse nel vasto mondo. Impedire ai brasiliani di danzare durante la messa è come vietare a un pescatore di pescare! Vietare il sacerdozio femminile, con il pretesto che Cristo non ha scelto donne tra i suoi apostoli, significa dare per scontato che i cristiani attualmente non sono abbastanza informati per valutare la condizione della donna, nella società occidentale di oggi, in rapporto a ciò che era nella Samaria al tempo di Cristo. Purtroppo non c’è stato un successore di "Paolo" che tenesse testa a Pietro, come l’apostolo dei Gentili ha fatto sulla questione della circoncisione!
Soffermandosi unicamente sugli eccessi della modernità, il papa e la sua Curia generalmente si sono schierati a favore di una restaurazione dei valori antichi mentre molti teologi, vescovi e fedeli, profondamente impegnati nella Chiesa, non hanno temuto di segnalare le debolezze della posizione romana di fronte a certi valori della cultura di oggi, l’uguaglianza dell’uomo e della donna, per esempio. Nessuno l’ha fatto con la forza e la determinazione necessarie per contestare efficacemente l’ostinazione di Roma. (…)
Nella rivista "Le monde des religions", n. 12, Henri Tincq traccia un primo bilancio del Suo pontificato. Scrive: "La prima preoccupazione del nuovo papa è stata di far comprendere alla sua Chiesa e al mondo che intendeva rimettere al centro l’‘essenziale’ del potere pontificio. Non è una critica implicita al suo predecessore, all’ipertrofia della funzione di cui Giovanni Paolo II era diventato il simbolo, incoraggiato da movimenti chiassosi di ‘riconquista cattolica’ o di ‘nuova evangelizzazione’ dal quale il futuro Benedetto XVI aveva già saputo mantenere le distanze. Questa scelta di modestia è legata alla sua età, 78 anni, alle sue forze, al tempo che gli sarà concesso, ma soprattutto alla sua concezione del ministero papale, ad una visione apparentemente giusta dei progressi della collegialità e dell’ecumeni-smo (riavvicinamento tra le Chiese cristiane) che hanno come premessa un esercizio meno autoritario del primato pontificio".
Henri Tincq fonda la sua analisi in buona parte sulla Sua omelia del 7 maggio, nella cattedrale di San Giovanni in Laterano. In quell’occasione, Lei ha lungamente esposto in modo dettagliato la sua concezione del ruolo dell’arcive-scovo di Roma nel momento in cui Lei prendeva, per la prima volta, la parola nella cattedrale che è sede del vescovo di Roma. Ho letto col massimo interesse questa omelia di cui riporterò una frase molto importante alla quale do un senso ed una portata diversi dall’interpretazione di Henri Tincq. Lei ha detto: "Il papa non è un sovrano assoluto il cui pensiero e volontà sono la legge. Il ministero del papa è la garanzia dell’obbedienza a Cristo e alla sua parola. Il suo potere non è al di sopra, ma al servizio della parola di Dio".
La questione, mi sembra, è di sapere se il sovrano pontefice è il solo interprete di questa parola o se, piuttosto, non deve diventare, nel mondo di oggi, un caposquadra e, occasionalmente, l’arbitro delle interpretazioni accettabili a seconda degli ambienti e delle culture. Faccio un esempio. La Chiesa è legittimata a predicare il rispetto della vita umana. Questo implica necessariamente che una donna che è stata violentata da venti soldati di un esercito nemico, in una prospettiva di "pulizia etnica", debba, in coscienza, tenere il bambino che potrebbe nascere in tali circostanze? Il papa è il solo a poter giudicare una situazione del genere? Può imporre la sua opinione personale a tutti i teologi, a tutti i vescovi… alla coscienza di tutte le donne direttamente interessate? È ciò che è avvenuto sotto il Suo predecessore per un quarto di secolo e che è stato contestato con discrezione, con troppa discrezione, da un buon numero di vescovi e di teologi. Secondo la mia interpretazione delle tre importanti frasi estratte dalla Sua omelia, Lei non ha intenzione di mettere in dubbio la libertà assoluta del papa di decidere da solo della portata della Parola di Dio! Mi permetta di ritenere che questo costituisce un problema. Perché la Chiesa sia credibile nel mondo di oggi e perché possa essere leader dell’unità dei cristiani – ciò che essa dev’essere per missione – l’autorità del papa non può che essere esercitata in un contesto di collegialità. (…)

Dopo i grandi monologhi di Wojtyla, è tempo di tornare al dialogo di Gesù
Credo che esista già un ampio consenso tra i teologi, i preti ed i vescovi, sul fatto che non si debba privare della comunione persone di cui non si può nemmeno valutare la parte di responsabilità avuta nel fallimento del loro primo matrimonio. D’altronde si può difendere questo divieto quando la Chiesa ha lasciato per anni che preti pedofili celebrassero l’eucaristia? Il Magistero della Chiesa, in consultazione con i fedeli, dovrebbe intraprendere una riflessione fondamentale sulla formazione delle coscienze piuttosto che sul loro controllo. Non vi sarebbe forse motivo di mettere a confronto la Sua posizione più recente con l’atteggiamento di Cristo nei confronti della donna adultera, del figliol prodigo, del levita che prosegue il suo cammino davanti all’uomo ferito da un brigante e del Buon Samaritano che si occupa dello sfortunato? Si rifiuta forse la comunione ad una coppia che vive in libera unione? Ad un ladro? A un uomo che picchia sua moglie? A una donna che picchia suo marito? Cristo rifiutava di parlare con persone che avrebbe giudicato indegne di parlare con Lui?
Torno ai divorziati risposati. Supponiamo che entrambi siano responsabili del loro fallimento: è un peccato imperdonabile? (…)
Lei avrebbe interesse, mi sembra, a rompere con lo stile delle grandi manifestazioni spettacolari e molto costose per le Chiese locali, alle quali era tanto affezionato Giovanni Paolo II. È stato il papa dei grandi monologhi. Lei potrebbe diventare il papa del dialogo con i vescovi, i preti, i religiosi e le religiose e i fedeli, giovani e meno giovani. Non sente il bisogno di ascoltarli, di dialogare con loro per assolvere bene alla Sua funzione di guida spirituale? In particolare, in ragione del fatto che Lei, dall’inizio della sua lunga residenza in Vaticano, si è allontanato dalla base. Ma anche perché il pontificato di Giovanni Paolo II, se è stato spettacolare, è stato causa di molte sofferenze per le Chiese locali, con le quali non vi erano contatti reali. Come Lei sa, egli rifiutava il dialogo, soprattutto se si trattava di "discutere"!
Sono gli scambi tra piccoli gruppi, raccontanti nei vangeli, a trasmetterci l’essenza della pedagogia (catechesi) di Gesù. Questo tipo di contatti molteplici e prolungati con le Chiese locali permetterebbero di apprezzare l’urgenza di creare nuovi ministeri ordinati per i giovani già preparati per portare avanti missioni pastorali molto variegate, ben diverse dalle responsabilità multiple del prete tradizionale.

Alle soglie della modernità o con i piedi ancora nel passato?
Se la nostra Chiesa resta fissa al celibato ecclesiastico maschile, assumerà, nel contesto della società moderna, l’aria di una setta. Cosa di cui viene già accusata, peraltro. La Chiesa cattolica, per la propria sopravvivenza e per realizzare il suo mandato naturale di riunire tutti i cristiani, non può semplicemente rifiutare di ordinare giovani uomini sposati e giovani donne, sposate o no. Questo è un passo difficile da compiere, ma è indispensabile per la sopravvivenza della Chiesa in molti Paesi, e per la sua credibilità come animatrice dell’unità dei cristiani. Se il Cristo tornasse tra noi per aggiornare la Buona Novella della salvezza dell’umanità tramite la via dell’amore per il prossimo, potrebbe prescindere dalle donne? La risposta è evidente. Al cuore della modernità, nel mondo occidentale, le donne sono veramente pari agli uomini. È giunto il momento di riconoscerlo. La creazione di nuovi ministeri ordinati sarebbe un buon modo per introdurre questa novità, che in realtà novità non è. Nella storia antica della Chiesa ci sono state almeno diaconesse, e sappiamo tutti che ci furono uomini sposati ordinati preti e vescovi, in gran numero. Fu papa Benedetto VIII che propose al Sinodo di Pavia, nel 1022, il celibato ecclesiastico: per evitare che i figli dei preti ereditassero i beni della Chiesa. Sarebbe stato più semplice adottare un regolamento o una legge per distinguere i beni della Chiesa dai beni ecclesiastici. Tocca a Lei, Santo Padre, rivedere la cattiva scelta del Suo lontano predecessore!
Lei crede, Santo Padre, che il sacramento del matrimonio sia incompatibile con il sacramento dell’Ordine? E veramente ci tiene a che il papa sia "… il supremo amministratore e dispensatore di tutti i beni ecclesiastici"? Il canone 1273 non è particolarmente conforme allo spirito evangelico! (…)
Arrivo alla cosa più difficile da fare. Essa è tuttavia essenziale se Lei non vuole che il papa continui ad essere un monarca dei tempi andati. Poiché è così, realmente, oggi, in ragione del giuramento di fedeltà richiesto ai vescovi, ai curati e ai decani delle Facoltà di teologia, giuramento che li obbliga a pensare come il papa e a parlare come il papa su ogni punto! Il Suo predecessore si è accertato di coprire con questa cappa di piombo tutti i vescovi, vecchi e nuovi, iscrivendo al diritto canonico un "motu proprio" che obbliga al silenzio tutti coloro che non la pensavano come lui, come se avessero prestato giuramento. Ad onore della Chiesa, c’è stato qualche coraggioso che ha osato la libertà nella fede. Quella che Lei reclamava per se stesso e per i Suoi colleghi teologi nel 1969! Salvo errore da parte mia (che sarebbe possibile), questa legge resterà in vigore fintantoché Lei non decreterà una moratoria alla sua applicazione o semplicemente la sua archiviazione. Immagini l’impatto sull’episcopato cattolico e sui vescovi delle altre confessioni. In quel caso, la porta sarebbe veramente aperta ad un discorso di collegialità e alla ridefinizione del famoso "primus inter pares". In alcuni anni di dialogo serio, Lei avrebbe ridefinito la collegialità che ha avuto senso solo per il tempo di un Concilio. E avrebbe fatto un grande passo verso l’unità di tutte le Chiese cristiane. (…)

La fede nasce e sopravvive solo nella libertà
La lunga lista dei "peccati della carne" che figura nel Catechismo ufficiale della Chiesa cattolica, pubblicato nel 1992, e il modo con cui questi peccati vengono trattati, non è più accettata in pratica da nessuno. È lì che risiede la accanita resistenza dei fedeli alla confessione individuale. Si potrebbe riempire una grande biblioteca con le numerose opere che trattano dell’abuso di potere commesso nel confessionale!
Il celibato ecclesiastico è un serio handicap per la Chiesa nella sua catechesi sul matrimonio. La sessualità è all’origine della vita, ed il miglior modo di affrontarla non è nella prospettiva del peccato ma in quella dell’amore, dello sviluppo degli esseri umani e della loro felicità. Una delle meraviglie della creazione è il fenomeno della sessualità, presente nel regno vegetale, animale e umano. E il creatore ha voluto che nel caso degli umani, dotati di un cervello più sviluppato rispetto agli altri esseri viventi, la sessualità fosse anch’essa più sviluppata. L’espressione "due in una sola carne" è molto significativa. Una coppia che riesce nel suo matrimonio è davvero trasformata dall’amore. La relazione affettiva e carnale è il legame più solido che permette una condivisione di tutte le altre esperienze: genitoriali, culturali, professionali. Perché questa trasformazione di "due persone in una sola carne" sia possibile, la natura ha voluto che l’attrazione sessuale sia costante negli umani piuttosto che periodica, come negli animali. Fintantoché la Chiesa non avrà operato una seria revisione della sua pastorale del matrimonio – e questo non potrà avvenire prima dell’eliminazione del celibato obbligatorio per l’accesso ai ministeri ordinati – essa deve rinunciare alla confessione individuale. La cultura ecclesiastica che prevale da secoli rende il dialogo tra preti e fedeli impossibile su questo tema. (…)
Non è perché la Chiesa è orientata verso l’eternità che può permettersi di essere arcaica nelle sue strutture e nei suoi modi di agire. Il Suo predecessore era carismatico, ma molto autoritario. Ha parlato moltissimo, ma aveva scarsa capacità di ascolto. La Chiesa ha un grande bisogno di essere ascoltata. E a questo riguardo, Le auguro di avere la pazienza di Cristo.
Ho appena saputo che Lei ha fatto erigere in piazza San Pietro una imponente statua del fondatore dell’Opus Dei. Lei certo non ignora che questo nuovo santo non gode di una venerazione universale. Posso suggerirLe, Santo Padre, di chiedere che si stabilisca un certo equilibrio erigendo un monumento almeno altrettanto imponente alla memoria di Giovanni XXIII, il papa che ha dato alla Chiesa il suo ultimo Concilio, in seno al quale Lei ha svolto un ruolo giudicato positivamente dagli osservatori dell’epoca?
Lei è il 265.mo papa. Dopo di Lei, ci saranno molti altri papi. Ma, al di là delle tendenze pastorali e teologiche dei papi, non vi è che un solo Cristo. Non siamo papisti, siamo cristiani. Non lo diranno né lo scriveranno tutti, ma sono convinto che molti cristiani contino su di Lei per realizzare l’unione di tutti i cristiani in un’unica comunione, nel rispetto della libertà di coscienza degli uni e degli altri. È vero oggi quanto lo era al tempo di Cristo. La fede non può nascere e sopravvivere che nella libertà. Senza di essa, vi è soltanto sottomissione e dipendenza. Se si risale alla Chiesa primitiva, si constata che Paolo è stato un sostegno essenziale per Pietro. Senza la sua insistenza sulla libertà dei Gentili riguardo alla circoncisione, la Chiesa sarebbe rimasta limitata alla Palestina!
Oggi il mondo è molto più complesso che al tempo di Cristo. Le culture sono infinitamente più varie. Tutte le donne, tutti gli uomini che popolano la terra sono chiamati al Regno di Dio, senza dover diventare identici dal punto di vista culturale».

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Per una nuova comunità

"Costruiamo una nuova Comunità". Lo ha dichiarato Giuseppe Serrone, fondatore e Direttore dell’associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati, il 3 novembre 2005 al "mauriziocostanzoshow".

 Il programma ha affrontato il tema del celibato sacerdotale. Erano presenti in studio: Maurizio Costanzo, p. Miranda (preside  Facoltà Bioetica Regina Apostolorum), l’antropologo Alberto Abbruzzese della Sapienza di Roma, il pastore Garrone (preside Facoltà Valdese di Roma) e il Direttore de La Padania.

La nostra associazione comunica che  ridurrà l’impegno, dopo l’ultimo Sinodo dei Vescovi,  per il riconoscimento da parte della Chiesa cattolica latina dei sacerdoti sposati.  Siamo consapevoli che quasi sicuramente il riconoscimento   arriverà fra decenni. Invitiamo, liberamente,  uomini e  donne del nostro tempo che condividono il nostro impegno a unirsi a noi per riorganizzare e  rifondare una nuova Chiesa (una comunità cristiana nuova), dove possano avere diritto di presenza non solo sacerdoti sposati ma anche tutti quelli che vivono, a causa di stereotipati canoni, situazioni di emarginazione.

Sappiamo anche noi  che è difficile, dato che i costi del più piccolo luogo di culto sono proibitivi.  Le donne e gli uomini vogliono davvero la libertà? C’è ancora tanto interesse religioso da garantire un futuro ad una nuova Chiesa? Forse in Italia ancora è possibile. Abbiamo deciso di  iniziare con una  "nuova Chiesa virtuale" (questo suggerimento ci è stato proposto da un sacerdote cattolico diventato pastore di una comunità cristiana).

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I suffragi e i

Il teologo e psicoterapeuta Eugen Drewermann nel suo libro “Funzionari di Dio” descrive il modo e il processo “produttivo” con cui la struttura cattolica “fabbrica i preti”, come li forgia in modo da essere funzionali all’istituzione.  

 

In questi giorni guardo con molto rispetto, con grande sintonia e con profonda emozione alle persone che pregano nel ricordo dei loro defunti e portano un fiore sulle loro tombe. E’ come tenere viva la memoria di chi ci ha preceduto, come ravvivare affetti e sentimenti. Per i credenti si tratta di alimentare la fiducia in quel Dio che, come ci attestano le Scritture, vince anche la morte.

 

Peccato che questo affidare all’amore accogliente di Dio i nostri “defunti” (= coloro che hanno svolto il loro compito ed hanno esaurito il loro tempo) si sia tradotto nella chiesa cattolica nella pratica del suffragio, come se la “salvezza” fosse erogata dalla “rubinetteria ecclesiastica” a suon di messe e di indulgenze.  

 

Il Dio di cui ci parla la Bibbia non ha bisogno di nessun suffragio e di nessun sacrificio espiatorio. I defunti sono nelle mani di Dio e non c’è nessuna chiesa, nessuna autorità, nessuno in assoluto che possa fare qualcosa. La pratica del suffragio (che talvolta ha dato vita ad una industria del suffragio) si basa su una presunta e presuntuosa estensione della potestà salvifica della casta sacerdotale che oggettivamente evidenzia un delirio di onnipotenza.

 

Quando fu inventato il Purgatorio (J. LE GOFF, La nascita del Purgatorio, Einaudi), come terzo luogo intermedio e si strutturò la teologia del suffragio e delle indulgenze, la gerarchia, non paga del potere sull’aldiqua, occupò un nuovo territorio addirittura nell’aldilà.

 

Ma l’invenzione del Purgatorio non fu soltanto il risultato dell’evoluzione del pensiero teologico, ma anche il prodotto di una delle più intelligenti strategie politiche della Chiesa romana. Col Purgatorio la Chiesa giunse infatti ad affermare il proprio diritto – sia pure parziale – sulle anime dei defunti. Mentre in passato il destino ultraterreno degli uomini dipendeva soltanto dai loro meriti individuali e dalla volontà di Dio, ora veniva a dipendere anche dalla potestà della Chiesa di liberare, con l’aiuto di Dio, le loro anime dal fuoco del Purgatorio, per poi avviarle in Paradiso. Dagli inizi del Trecento il papato giunse così a disporre, attraverso il sistema delle indulgenze, di un nuovo formidabile strumento di pressione. Se prima la Chiesa poteva ricorrere, in casi estremi alla minaccia dell’Inferno, con l’avvento del Purgatorio poteva utilizzare meglio l’arma politica ed edificante dell’aldilà, graduando, a seconda delle circostanze, le pene e i castighi” (V. Castronovo, Repubblica, 28 dicembre 1982). 

 

La festa di Ognissanti, aldilà di queste gabbie ideologiche, può lasciarci un messaggio semplice: chi è credente (e forse non solo chi è credente) pensa ad una “comunione” che non si rompe, ad una relazione che continua, ad un “luogo” dove la famiglia umana si ricompone. Questa è anche la mia fede.

 

Ma da alcuni anni è esplosa in Vaticano, accanto ad una devozione mariana debordante, una vera santomania, cioè la mania di “fare santi”… Insomma si è messa in piedi una macchina, la Congregazione per le cause dei santi, che lavora a ritmo continuo: una vera e propria fabbrica dei santi oltre alla fabbrica dei preti. In presenza di una simile inflazione (papa Wojtyla da solo ha fatto più santi di tutti i suoi predecessori messi insieme) nasce il sospetto che il “prodotto” spesso sia scadente. Chi ce la fa a digerire rospi come Pio IX e Escrivà de Balaguér?

 

La fabbrica dei santi segue due criteri ben individuabili. Si innalzano alla “gloria degli altari” le persone che sono state funzionali alle fortune dell’istituzione ecclesiastica, ne hanno promosso l’immagine, il pensiero, i dogmi, i poteri, il prestigio, il patrimonio e la penetrazione nelle istituzioni laiche. Attorno a questi santi si organizza la devozione che sempre di più si fa amica del denaro. Un “gran santo” in genere crea un buon mercato.

 

Spesso la fabbrica dei santi percorre una strada diversa. Talune persone, che erano persino malviste o condannate dall’autorità ecclesiastica, con il trascorrere del tempo vengono “sagomate”, ritoccate e ridotte a misura di nicchia. Il loro messaggio, spiritualizzato e debitamente smussato, permette la riabilitazione e il recupero della persona. Fra qualche anno potrebbe toccare ad Oscar Romero, il vescovo abbandonato dal Vaticano e poi assassinato. Spesso le istituzioni indecenti si rifanno la faccia con persone pulite. Tante volte si verifica ciò che scrive il Vangelo di Matteo al capitolo 23, 29. Le chiese “edificano le tombe dei profeti e adornano i monumenti funebri dei giusti” che hanno perseguitato e colpito a morte in mille modi. Penso, per porgere un esempio recente, alla riabilitazione di Rosmini.

I segnali della riabilitazione del pensiero del teologo e filosofo roveretano erano evidenti dal fatto che il papa già nella lettera enciclica Fides et ratio annoverava il Rosmini tra i pensatori più recenti nei quali si realizza un fecondo incontro tra sapere filosofico e parola di Dio. Se pensiamo al fatto che nel 1849 vennero messi all’Indice due suoi scritti, nel 1854 tutte le sue opere e nel 1887 vennero condannate quaranta proposizioni, allora è chiaramente avvenuta una svolta straordinaria, sia pure con quei linguaggi diplomatici che non riconoscono fino in fondo l’abbaglio vaticano.

 

E così la musica cambia. Rosmini viene visto nella luce di un audace profeta. La Congregazione per la dottrina della fede, in data 1° luglio 2001, scrive: “Si deve altresì affermare che l’impresa speculativa e intellettuale di Antonio Rosmini, caratterizzata da grande audacia e coraggio, anche se non priva di una certa rischiosa arditezza, specialmente in alcune formulazioni, nel tentativo di offrire nuove opportunità alla dottrina cattolica in rapporto alle sfide del pensiero moderno, si è svolta in un orizzonte ascetico e spirituale, riconosciuto anche dai suoi più accaniti avversari, e ha trovato espressione nelle opere che hanno accompagnato la fondazione dell’Istituto della carità e quella delle Suore della divina Provvidenza”.

 

In realtà queste sono storie vergognose e senza numero dove regnano opportunismo e manipolazione. Come credente, io penso che uno solo è davvero “il Santo”, cioè Dio. Semmai apprezzo molto il fatto che nelle chiese e nel mondo esistano “persone paradigmatiche” che, con la loro vita, lanciano fasci di luce, di calore, di fiducia, di amore.

 

Questa è la preziosa e vasta nube di testimoni. Per me i “santi”, credenti o atei o agnostici, sono tutte quelle donne e tutti quegli uomini che, nella loro esistenza quotidiana, accendono nel mondo amore alla vita, passione per la giustizia, lottano contro il pregiudizio e il non senso e costruiscono relazioni nonviolente. Per nostra fortuna questi santi ogni giorno camminano per le nostre strade, sono gente in carne ed ossa e non immaginette da altare. Di questa “santità” possibile e quotidiana il mondo è tuttora molto ricco. (fonte viottoli, foglio di comunità, novembre 2005)

Franco Barbero

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