LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE NELL’EPOCA DI RATZINGER

 Tutto lascia prevedere che, rispetto alla Teologia della Liberazione, il pontificato di Ratzinger non segnerà alcuna svolta rispetto a quello del predecessore. Cambia, è vero, come nota il teologo e filosofo della Liberazione Giulio Girardi, il “nemico principale”: il marxismo per il papa polacco e il relativismo per il papa tedesco. Ma entrambi questi “nemici” portano con sé un’eguale condanna della teologia latinoamericana: se infatti il marxismo è stato sempre considerato dai vertici vaticani il fondamento della TdL, il relativismo, in particolare quello religioso, chiama in causa ancora una volta la Teologia della Liberazione, la cui ultima frontiera di ricerca è rappresentata proprio dall’osteggiato – dal Vaticano – pluralismo religioso. Si tratta, spiega Girardi nell’intervento che qui di seguito riportiamo, di un nuovo capitolo della TdL, che “impone un profondo ripensamento di alcune delle principali categorie teologiche, come quelle di religione, rivelazione, fede, popolo di Dio”. E che impone, in primo luogo, un ripensamento stesso del concetto di Dio.
Una previsione, ampiamente fondata, sul pontificato di Ratzinger è che esso, sul tema della teologia della liberazione, come su tutti i temi dottrinali, si manterrà in continuità con il pontificato di Wojtyla. Il fondamento più sicuro di questa previsione è il fatto che per oltre 20 anni il cardinale Ratzinger, come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato il principale ispiratore e punto di riferimento di Giovanni Paolo II . D’altro lato, in questi primi mesi di pontificato, Benedetto XVI si è frequentemente riferito al suo predecessore, quasi a voler rendere esplicita la continuità tra i due pontificati.
Affermare questa continuità nel rapporto con la teologia della liberazione significa confermare l’attualità dei documenti, redatti dallo stesso cardinale Ratzinger, di condanna di questa teologia, insieme con il suo presunto fondamento, il marxismo. Significa in particolare riaffermare il giudizio di Giovanni Paolo II, nel suo secondo viaggio in Nicaragua, secondo cui la teologia della liberazione era morta, dato che era morto il suo fondamento, il marxismo. Si doveva dunque celebrare nello stesso tempo il funerale del marxismo e quello di sua figlia, la teologia della liberazione.
Affermare la continuità tra i due pontificati significa anche prevedere la persistente ostilità del Vaticano nei confronti della teologia della liberazione; e anche la sua incomprensione nei confronti di una esperienza e di una dottrina che sono espressione di un’altra cultura, la cultura degli oppressi.
Forse però bisogna anche riconoscere una certa discontinuità tra i due pontificati, dovuta al diverso contesto culturale in cui essi si muovono. Per il papa polacco, il nemico principale era il marxismo, cui la teologia della liberazione sarebbe, secondo la sua analisi, strettamente collegata. Per il papa tedesco, è forse ancora prematuro individuare il nemico principale; ma molti riferimenti fanno pensare al relativismo, più esattamente al relativismo morale e al relativismo religioso, che significa nel suo linguaggio “pluralismo religioso”.
Il pluralismo religioso rappresenta oggi una tappa avanzata della teologia della liberazione, ed è uno dei nodi sui quali, con molta probabilità, si concentrerà nel prossimo futuro il dissenso tra la ricerca di base e il magistero pontificio.
Questa affermazione sembra entrare in conflitto con una delle principali preoccupazioni manifestate da Benedetto XVI, in continuità anche qui con le preoccupazioni di Giovanni Paolo II, quella di aprire la Chiesa cattolica e le altre confessioni cristiane all’ecumenismo e di promuovere così l’unità tra i cristiani.
Ma per cogliere il significato del dibattito in cui prevedibilmente sarà impegnata la teologia della liberazione nel-l’epoca di Ratzinger, bisogna distinguere l’ecumenismo che il magistero cattolico promuove dall’ecumenismo che il magistero cattolico condanna, che implica il pluralismo religioso. La presa di posizione più esplicita sull’argomen-to è la dichiarazione Dominus Iesus, emanata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, e sotto la responsabilità principale del suo prefetto, il cardinale Ratzinger, in questo documento il pluralismo religioso viene condannato, e qualificato appunto di “relativismo”. Si attribuisce pertanto ai fautori del pluralismo religioso, peraltro erroneamente, la convinzione che la verità assoluta non esiste. Chi non riconosce un’unica religione pienamente valida, e precisamente la cattolica, non ammetterebbe l’esistenza della verità assoluta.
Ma per capire in che senso il magistero cattolico, quello in particolare di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, promuova l’ecumenismo, mi pare si debba riferirsi ai due interlocutori del dibattito ecclesiale, la gerarchia e il “popolo di Dio; nuova categoria, questa, introdotta, come è noto, dal Concilio Vaticano II. Su questa base bisogna distinguere, mi pare, in funzione dei vari soggetti, fra ecumenismo istituzionale ed ecumenismo popolare. Questa distinzione permette di tenere conto della complessità dei movimenti ecumenici e della problematica che li riguarda. Vorrei tentare di chiarirla. Per “ecumenismo istituzionale” intenderei il rapporto di rispetto, stima e collaborazione tra le diverse istituzioni religiose, promosso dalle rispettive gerarchie. Per “ecumenismo popolare” intenderei invece un rapporto promosso dal “popolo di Dio”, indipendentemente dalla gerarchia e spesso in contrasto con essa. Il contrasto si riferisce specialmente alla natura della relazione che, in questo ecumenismo, è di uguaglianza e reciprocità tra tutte le religioni, compresa la cattolica.
Un esempio tra i tanti che illustra il concetto di “ecumenismo popolare” è il movimento macroecumenico, nato nel V Centenario dell’invasione dell’America, erroneamente chiamata “scoperta “, secondo l’interpretazione che ne hanno dato gli invasori.. Questo movimento è nato a Quito (Ecuador), nel 1992. Si è qualificato come “Assemblea del popolo di Dio”, per distinguersi dall’Assemblea episcopale che si sarebbe celebrata alcune settimane dopo a Santo Domingo. Per distinguersi, ma anche per contrapporsi. Infatti, l’assemblea episcopale assumeva il punto di vista degli invasori e considerava l’evento del 1492 una svolta estremamente positiva sia nella storia dell’Europa , che accresceva così il suo potere e la sua ricchezza, sia nella storia della Chiesa, che vedeva dischiudersi nuovi orizzonti all’evangelizzazione, sia ancora nella storia dei popoli indigeni, che, sempre dal punto di vista degli invasori, venivano “civilizzati”.
Ma per gli stessi indigeni coscientizzati, il 1992 era il centenario del loro genocidio. Con pieno diritto essi proclamavano: “Non abbiamo nulla da celebrare”. D’altro lato, l’Assemblea del popolo di Dio, ispirata dalla teologia della liberazione e fedele alla scelta dei poveri, faceva suo il punto di vista delle vittime. Pertanto la storia de-ll’Europa moderna, “faro di civiltà a tutte le genti”, comincia con uno dei più gravi crimini contro l’umanità. Questa tragica constatazione cambia il senso della questione del debito estero dei paesi del Terzo Mondo, che diventa il debito dell’Europa nei confronti del Terzo Mondo.
Queste evocazioni storiche permettono di comprendere il significato dei temi teologici che vogliamo affrontare. In dialogo con papa Ratzinger, supposto che voglia ascoltarci. Perché il 1992 non è solo un crocevia storico ma anche un crocevia teologico. La contrapposizione tra la teologia ufficiale e la teologia della liberazione nei confonti del pluralismo religioso si precisa nel rapporto fra la Chiesa cattolica e le religioni indigene. La teologia cattolica ufficiale di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, per la quale il cattolicesimo è l’unica religione salvifica, considera legittima l’evangelizzazione conquistatrice; essa si attribuisce il potere e il dovere di imporre agli indigeni che si convertano alla religione cristiana e abbandonino le loro religioni millenarie, considerate diaboliche, e che la Chiesa cattolica reprimeva violentemente.
Dalla teologia della liberazione nasce invece il macroecumenismo. Esso riconosce la validità delle religioni indigene, condanna come antievangelica l’evangelizzazione coercitiva, afferma il pluralismo religioso. Essa introduce nella storia dell’ecumenismo una duplice novità. In primo luogo, quella di estendere l’ecumenismo aldilà delle confessioni cristiane. In secondo luogo, quella di affermare un rapporto di uguaglianza e reciprocità tra le varie religioni.
Così, mentre la teologia della liberazione si propone di aprire il cristianesimo alle altre religioni, la teologia ufficiale ritiene di dover valorizzare il cristianesimo affermando la sua superiorità su di esse.
Questo nuovo capitolo della teologia della liberazione impone un profondo ripensamento di alcune delle principali categorie teologiche, come quella di religione, rivelazione, fede, popolo di Dio; impone in primo luogo un ripensamento del concetto di Dio.
Desidero appunto concludere questo itinerario tornando sul suo principio ispiratore, il vincolo che lega la scelta di campo per i popoli oppressi e la riscoperta dell’Amore Infinito di Dio, principio ispiratore della teologia della liberazione.
Riconoscere i popoli oppressi come soggetti storici, culturali, religiosi ci conduce a riscoprire l’amore appassionato di Dio per tutti e per ciascuno degli uomini, per tutte e ciascuna delle donne, per tutti e ciascuno degli esseri della natura; conduce a riscoprire la sua presenza liberatrice in tutti i tempi e in tutti i luoghi della storia.
Ma perché parliamo di riscoprire? Perché le teologie cristiane avevano coartato Dio, il suo amore e la sua grandezza, entro i limiti angusti delle nostre chiese, delle nostre culture occidentali, delle nostre tradizioni, del nostro libro sacro, della nostra epoca storica. Fuori del mondo occidentale, pensavamo, non c’è salvezza, perché non c’è Dio. Il Dio chiamato cristiano era un padre che dedicava la sua attenzione a una minoranza dei suoi figli e si disinteressava della grande maggioranza di essi.
In questo dio, come cristiani, non possiamo più credere. Il Dio nel quale crediamo oggi è più grande del cristianesimo. La sua verità è più ricca della Bibbia. Per rivelarsi al mondo, egli non ha un solo cammino, ma infiniti, nessuno dei quali è esclusivo, nessuno dei quali esaurisce l’infinita ricchezza del suo amore. Il Vangelo di Gesù tornerà ad essere per tutti e tutte una buona notizia solo se non pretenderà di essere l’unico messaggero dell’Amore, riconoscendo che Dio è più grande. “Dio è più grande” potrebbe essere uno dei nostri motti macroecumenici.
Da questa nuova prospettiva sorge in noi il desiderio di esplorare le altre strade della manifestazione di Dio nel mondo, di contemplare i volti di Dio che non conosciamo, di scoprire altre forme della Sua presenza amorosa e liberatrice nella storia.
Ci incoraggia in questa nuova ricerca di Dio la parola di Gesù alla samaritana: “Credimi, donna, giunge l’ora, e ci troviamo già in essa, in cui voi adorerete il Padre senza dover venire né al al monte Guerizim né andare a Gerusalemme”. Attualizzando questa parola, diremmo: “voi adorerete il Padre senza andare in chiesa, né alla sinagoga né alla moschea.… Viene l’ora, ed è quella che viviamo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità… Dio è Spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Giov. 4, 21-24).
Così la preoccupazione per l’egemonia del cristianesimo cederà il passo alla preoccupazione per l’egemonia di Dio: del Dio Amore Liberatore di tutti i nomi. (fonte adista)

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Sinodo: No al celibato

CHIESA: SINODO, NO AL CELIBATO SI’ AD AIUTI DA PARTE DEI LAICI – PRETI VANNO RIDISTRIBUITI VERSO DIOCESI PIU’ BISOGNOSE

(fonte Adnkronos 15/10/2005) – No celibato, si’ alla redistribuzione dei preti verso le diocesi che hanno piu’ bisogno, si’ all’ aiuto da parte dei laici. E’ quanto emerge in una delle relazioni elaborate in seno al Sinodo dai ‘Circoli minori’, ossia i gruppi di lavoro che hanno il compito di raccogliere e sintetizzare le opinioni della maggioranza e della minoranza dei padri.

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Cattolici americani scrivono al sinodo per il diaconato femminile e il celibato facoltativo

(in inglese)

U.S. Groups Lobby Synod to Discuss Priest Shortage,
Mandatory Celibacy, Women Deacons
Laity and Priests Deliver 35,000 signatures  to  Five U.S. Bishop Delegates,
Surveys of 15,000 priests  in 55 U.S. Dioceses Support Discussion
National Week of Prayer Begins October 4, Feast of St. Francis of Assisi

“The Mass means everything to Catholics, we just hope it means everything to our bishops too,” said Sr. Christine Schenk of FutureChurch. “Finding solutions to the worldwide priest shortage should be the top priority of the Synod on the Eucharist.”

FutureChurch, in partnership with Call To Action conducted a three-year campaign to get the priest shortage on the agenda of Eleventh General Assembly of the Synod of Bishops to be held in Rome October 2-23.

The groups surveyed over 15,000 priests in 55 U.S. dioceses and found 67% believe mandatory celibacy should be discussed. (Results available at www.futurechurch.org).  They collected 35,000 signatures on a petition asking the synod to discuss mandatory celibacy and female deacons as possible solutions to the priest shortage.  On the October 4th feast of St. Francis of Assisi, they will launch a National Week of Prayer for the Synod.  

Catholics are also being asked to contact U.S. Synod delegates and the Pope directly via e-mail addresses listed on the FutureChurch website.

Lay Leaders Deliver Petitions, Priest Survey To Bishop Delegates to Synod from U.S. Dioceses
During the last two weeks of September, Catholic delegations in five U.S. dioceses met with and/or delivered copies of  the petition signatures and priest survey results to U.S. Bishop delegates to the  Synod.    “We wanted each of our U.S. delegates to hear from people in their own dioceses who represent  tens of thousands of Catholics, including many priests who are worried that more parishes will close and we will lose access to the Mass if nothing is done about the priest shortage,” said Schenk.    
(For a list of Bishop delegates and lay leader contacts in each of five dioceses see attached list).

Schenk will also deliver survey results and petition signatures to church officials in Rome.

National Week of Prayer Begins October 4.  Thousands have pledged to pray individually and an estimated 35 prayer services will be held  around the U.S. to pray for synod proceedings and that synod delegates will open discussion of mandatory celibacy and women deacons. (A list of sites will be posted on September 28 at www.futurechurch.org.
“Jesus told Francis to  ‘go and repair my house, which you see, is falling down,’” said Schenk. “Our Church IS falling down. The priest shortage is getting worse. Over the past 24 years, according to Vatican statistics, the world’s Catholics increased by  42 per cent to 1.11 billion but  priests decreased by 2% ( 8,150) to 405, 450.  It is a wonderful work of the Spirit that the Synod on the Eucharist begins just  before the Feast of St Francis of Assisi”

“The loss of access to the Mass is devastating to our Catholic people, “ said Linda Pieczynski of Call To Action. “While so many parishes are closing and clustering in the U.S. it is much worse in Honduras where there is only one priest for 45,000 Catholics. Importing priests from needier developing countries to serve wealthy nations is just plain wrong.”

According to Georgetown’s Center for Applied Research in the Apostolate, Africa has one priest for every 4,700 Catholics. In Central and South America there is roughly one priest for every 7,000 Catholics.  But in North America there is one priest for every 1,576 Catholics and in Europe there is one priest for every 1,386 Catholics.  Even so, some demographers predict that 10,000 U.S. parishes could have no resident priest in the foreseeable future.

“Our members, including many priests, circulated the petition in their parishes, small faith communities to family members and on the internet for the past two years,” said Emily Hoag of FutureChurch,   “Many U.S. parishes are being forced to close and that really spurred the campaign.”

Opening the diaconate to women could give us a huge new pool of ministers to preach, baptize and witness marriages,” said Pieczynski. “Women ministers are holding the Church together.  Eighty two percent of an estimated 65,000 lay ministers in the U.S. are women. Worldwide, there are only 405,000 priests but we have 783,000 nuns and over 1.5 million female lay ministers.”

The petition asks synod leaders “to place the spiritual and sacramental needs of the People of God above every other consideration and begin a wide-ranging discussion among laity, priests, pastoral ministers and bishops about the need to remove mandatory celibacy as a requirement for the priesthood and to open the diaconate to the tens of thousands of qualified women serving the Church right now.” (see attached)

Petition signers claim their right under canon law to “make their views known about matters that concern the good of the Church” (c212).  The petition pointed to the worldwide shortage of priests, the disciplinary (not dogmatic) nature of the celibacy rule and first century women deacons like Phoebe, as important reasons to open the desired discussion,”

Since 1996, FutureChurch and Call To Action have been working to educate about the danger of losing the Mass and sacraments as one consequence of doing nothing about the priest shortage. Schenk herself has given educational programs about the priest shortage in over 100 U.S. dioceses.

Call to Action
is a national organization of 25,000 laity, religious and clergy with its national office in Chicago and 41 local chapters.  It advocates for reforms in the Catholic Church such as equality for women and homosexuals in the Church, optional celibacy for priests, more focus on the church’s social teaching, and consultation with the Catholic people on church decision making.

FutureChurch is a coalition of parish centered Catholics who seek the full participation of all Catholics in the life of the Church. FutureChurch strives to educate fellow Catholics about the seriousness of the priest shortage, the centrality of the Eucharist (the Mass), and the systemic inequality of women in the Catholic Church. It seeks to participate in formulating and expressing the Sensus Fidelium (the Spirit inspired beliefs of the faithful) through open, prayerful and enlightened dialogue with other Catholics locally and globally.

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Premio Diritti Umani

Premio Italia Diritti Umani2005

“Civiltà Globale e Diritti Umani”

Dedicata alla memoria dell’ ex Vice-presidente della Flip Antonio Russo.

Fondazione Europea “Dragan”- Foro Traiano 1/A Roma
ROMA 17 –18 –19 Ottobre 2005

 

Il Premio Italia Diritti Umani nasce dall’ esigenza da parte delle associazioni coinvolte di voler dare un giusto riconoscimento a coloro che, per la loro attività, si sono distinti nel campo dei diritti umani. In un mondo in cui il profitto sembra essere lo scopo ultimo di ogni intento, bisogna sostenere chi lotta veramente, sacrificando spesso gran parte (o del tutto) la propria esistenza per aiutare il prossimo. I Mass Media spesso non prestano la dovuta attenzione al tema dei diritti umani, se non in maniera superficiale. È giunto quindi il momento, non solo di dare un giusto riconoscimento a chi lotta per la difesa dei più deboli, ma anche di parlare su come possano essere tutelati meglio questi diritti che, anche in paesi come l’Italia oltre che all’estero, sono sistematicamente violati, soprattutto nei confronti dei più deboli.

 

 

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Al Sinodo

La notizia è del 6 ottobre! Poi, forse, è cambiato qualcosa, ma non nella sostanza.

"La decisione per permettere ai relatori di parlare più liberamente
ma qualcosa filtra: dalla teologia della liberazione all’intercomunione

 Accusata fino a ieri di sovraesposizione mediatica e ingerenza nella politica italiana, la Chiesa usa l’atteggiamento opposto per quanto riguarda le questioni interne al Vaticano. E’ stato deciso il blackout informativo sul sinodo dei vescovi. Nessuna notizia su quanto avviene all’interno, nessun resoconto ufficiale della discussione in corso: tutto è lasciato alle indiscrezioni.

Se il Papa ha introdotto la novità di un’ora al giorno di discussione libera (dalle 18 alle 19) per questo sinodo, già nei giorni scorsi l’assemblea sinodale e il Vaticano hanno imposto di non diffondere le notizie relative ai contenuti di questi interventi ma di riferire solo l’argomento trattato.

Oggi un’altra restrizione: non deve essere riferito nemmeno il nome di chi ha toccato un determinato argomento. Ad annunciarlo nell’ultima seduta di discussione libera è stato lo stesso segretario generale de sinodo, Nikola Eterovic, rivolgendosi all’assemblea sinodale. "State tranquilli gli addetti stampa non riferiranno i vostri nomi", ha detto al principio dei lavori. E così è accaduto.

La motivazione di queste limitazioni sono giustificate dal timore che i padri sinodali potrebbero non sentirsi a proprio agio sapendo che i loro interventi nella discussione libera vengono riportati con un certo clamore sulle pagine dei giornali".

fonte repubblica.it

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Chiusure vaticane sul celibato

Il Cardinale George Pell, Arcivescovo di Sydney, ha preso la parola davanti al Sinodo dei Vescovi per avvertire che per la Chiesa cattolica di rito latino sarebbe un “errore gravissimo” perdere la tradizione del celibato sacerdotale.

Il porporato australiano ha riconosciuto che nel suo Paese, così come in Nuova Zelanda, c’è un declino delle vocazioni e allo stesso tempo una certa confusione circa il modo in cui ha avuto luogo la proliferazione dei ministri dell’Eucaristia.

“I miei suggerimenti a questo Sinodo su come affrontare queste ‘ombre’ presumono il mantenimento della Chiesa latina di tradizione antica e la disciplina del celibato obbligatorio per il clero diocesano e gli ordini religiosi”, ha affermato il Cardinale.

“Perdere tale tradizione adesso rappresenterebbe un errore gravissimo, che genererebbe confusione nelle zone di missione e non rafforzerebbe la vitalità spirituale del Primo mondo”.

“Rappresenterebbe un distacco dalla pratica del Signore stesso, porterebbe gravi svantaggi pratici all’azione della Chiesa – vale a dire finanziari – e indebolirebbe il significato di ‘segno’ del sacerdozio; indebolirebbe inoltre la testimonianza al sacrificio amorevole e alla realtà dei Novissimi, e il premio in cielo”, ha avvertito.

“Dobbiamo ricordare la situazione della Chiesa 500 anni fa, prima della Riforma. Era un piccola, debole comunità separata dall’Oriente. L’enorme espansione da allora e la purificazione dei vertici della Chiesa (imperfetta ma sostanziale) sono avvenute soprattutto grazie alle vite di suore, frati e sacerdoti celibi”.

“I recenti scandali sessuali non hanno scalfito questi successi”, ha aggiunto il porporato australiano.

Per quanto riguarda la proliferazione dei ministri dell’Eucaristia, il Cardinale Pell ha chiesto al Sinodo di “mettere a punto un’ulteriore lista di suggerimenti e criteri per regolare il servizio all’Eucaristia, soprattutto la domenica”.

“‘Liturgie in attesa di sacerdote’ sarebbe meglio di ‘Liturgie senza sacerdote’. Non esiste qualcosa come ‘liturgia condotta da laici’, perché i laici possono condurre soltanto le preghiere devozionali e le para-liturgie”.

Il Cardinale ha lodato il suggerimento di monsignor Pierre-Antoine Paulo, O.M.I., Arcivescovo coadiutore di Port-de-Paix, che ha proposto davanti al Sinodo di utilizzare la definizione “ministri straordinari della Santa Comunione” anziché “ministri dell’Eucaristia”.

“I servizi eucaristici o le liturgie della Parola, quando i sacerdoti sono disponibili, non dovrebbero essere delegati. Queste inutili sostituzioni di persona spesso non sono motivate dalla fame del Pane di Vita, ma dall’ignoranza e dalla confusione, se non addirittura dall’ostilità al ministero sacerdotale e ai sacramenti”, ha denunciato.

“Fino a che punto le celebrazioni regolari dei servizi eucaristici, una domenica dopo l’altra, rappresentano un autentico sviluppo, o non una distorsione, una protestantizzazione che rischia di gettare in confusione perfino chi va regolarmente a Messa?”, ha chiesto.

Isidro Catela, portavoce nel Sinodo per i giornalisti di lingua spagnola, ha spiegato che nessuno dei Vescovi della Chiesa cattolica di rito latino che hanno preso la parola ha proposto cambiamenti nella disciplina attuale che stabilisce il celibato per i sacerdoti.

Catela ha spiegato che gli unici che hanno parlato dell’ordinazione di sacerdoti sposati come di una ricchezza sono stati i Vescovi e i Patriarchi delle Chiese orientali unite a Roma, dove ci sono sacerdoti sposati. In queste Chiese, tuttavia, i Vescovi devono essere necessariamente celibi.

fonte zenit.org ZI05101210

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Libro sui sogni

 
Totem e il Briccone. Dipingere il sogno… Una sorprendente tecnica di guarigione

di Carlo Vaj
guarire  con i sogni
psicoterapia di un prete sposato

 

il volume è acquistabile richiedendolo

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| indice del libro | presentazione | introduzione dell’autore | l’autore | il gruppo Brain | recensioni |

Claudio Balzaretti, recensione a: CARLO VAJ, Totem e il Briccone. Dipingere il sogno… Una sorprendente tecnica di guarigione,  Genova, 2005,  181, euro 14,00.

Chi ha subito il fascino dell’avvincente e provocatorio Codice da Vinci di Dan Brown non resterà deluso dalla lettura del libro di Carlo Vaj. La prima impressione è che ci si trova anche qui davanti a un divertente esercizio di deciframento: l’autore sogna Jean Paul Belmondo in una chiesa vestito da prete. Cosa significa? Basta tradurre in italiano e ritroviamo Giovanni Paolo, grande viaggiatore per il mondo (o il bel mondo?) per di più (ex-?)attore. Ma Il codice da Vinci è richiamato anche dal tema della repressione del femminino operata dalla chiesa: anche in Vaj ritroviamo simboli e archetipi che rimandano alla psicologia del profondo di Jung. Per Vaj l’uomo è un’unità che ha un lato notturno (il sogno) e uno diurno (la ragione), pertanto il sogno dice anche qualcosa all’uomo sveglio. Questo messaggio per l’uomo sveglio è un messaggio terapeutico, un messaggio che il terapeuta suscita esprimendo a parole quello che nella nostra cultura è tabù, ispirandosi alla teoria provocativa di Frank Farrelly.

                La voce del narratore nel libro è quella del terapeuta che interpreta una quarantina di sogni del suo paziente, riportando anche il dialogo tra lui e il paziente e aggiungendo proprie riflessioni. I sogni sono raggruppati sotto quattro argomenti: il sesso, il briccone, la purificazione, la libertà. L’accostamento di un tema freudiano, come il sesso, e uno junghiano, come il briccone, mostra che l’autore non è bloccato dalla rigidità di una scuola psicologica, ma si basa sulla propria lunga esperienza di terapeuta. Per fortuna alcune digressioni consentono anche ai non esperti di orientarsi nei presupposti teorici. Per esempio, il tema del briccone, caro all’autore,  viene ampiamente illustrato in un paragrafo specifico: è l’aspetto burlesco, il birichino presente anche nell’uomo contemporaneo che se ne ride di Totem, è il pazzo che dichiara pazza la somma autorità.

                Ritornando al confronto con Il codice da Vinci dobbiamo riconoscere all’autore anche una notevole creatività letteraria. Egli si presenta come il terapeuta, ma in realtà egli è anche il paziente: i sogni che analizza sono i propri. Questo sdoppiamento è possibile per il lungo esercizio di riflessione che ha esercitato per trent’anni sui propri sogni, seguendo quanto fece Jung nel periodo di autoanalisi durante il soggiorno sul lago di Zurigo, quando disegnava anche i propri sogni. Questo sdoppiamento suggerisce anche le modalità con cui porsi le domande sul significato dei sogni e quindi suggerisce a ogni lettore un percorso per leggere i propri sogni. Inoltre Vaj dà sfogo alla sua vena affabulatrice nella parte conclusiva del volume intitolata “la dispensa”, dove l’esperienza di uscita dalla chiesa anche tramite un processo canonico è descritta in una forma narrativa dove in bocca ai personaggi sono poste considerazioni generali sulla chiesa.

                Questa autobiografia camuffata costituisce anche un contributo alla psicologia, in quanto presenta un argomento poco studiato: i sogni dei preti. Già Roger Bastide invitava a trattare il sogno dal punto di vista sociologico, infatti i sogni dei preti sono probabilmente diversi rispetto a quelli di altri gruppi sociali. (Claudio Balzaretti).

 

da ufficio stampa “Totem e Briccone”
email: totemebriccone@simail.it

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per info: cell. 3285780719

 

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Invito a riaprire la discussione sul celibato

 

"Intendiamo dichiarare il nostro fermo impegno a rinnovare la Chiesa e i suoi ministeri con fedeltà allo spirito del Concilio Vaticano II": un "rinnovamento che presenta un’urgenza nuova". Lo dicono a chiare lettere i sacerdoti sposati, nel documento conclusivo del VI Congresso della loro Federazione Internazionale, svoltosi in Germania, a Wiesbaden, dal 16 al 19/9 e dedicato al tema: "Il rinnovamento dei ministeri oggi".

A vent’anni dalla sua esistenza, la Federazione continua a scontrarsi con il problema di sempre: l’obbligatorietà del celibato, diventato oggi ancora più urgente data la fortissima carenza di sacerdoti nella Chiesa cattolica. In Germania, per esempio, nel 2003 solo la metà delle parrocchie aveva un proprio parroco e sono circa 4mila i sacerdoti che hanno lasciato l’abito per contrarre matrimonio. Molti di più sono poi quelli che si sono adattati, con non poca sofferenza, a vivere relazioni clandestine.

"Noi – dichiarano i sacerdoti che in questo appuntamento si sono riorganizzati in quattro federazioni: latino-americana, filippina, europea e nord-atlantica – confermiamo il nostro amore e la nostra lealtà verso la Chiesa. Non vogliamo in alcun modo creare una Chiesa parallela e desideriamo avviare un dialogo costruttivo con i vescovi". "Vorremmo però aiutare la Chiesa ad essere al servizio del mondo e a non essere fine a se stessa" .

I sacerdoti sperano quindi che Benedetto XVI possa finalmente avviare una discussione seria sull’argomento che coinvolga anche i rappresentanti delle varie associazioni di preti sposati. A riaccendere la speranza di un dibattito è stata l’ordinazione, lo scorso agosto, alla diocesi di Tenerife, del pastore anglicano David Gliwitzki, sposato e padre di due figlie, convertitosi al cattolicesimo. Il caso di questo sacerdote nativo dello Zimbabwe non è un fatto straordinario.

Durante il pontificato di Wojtyla 200 sacerdoti anglicani si sono convertiti al cattolicesimo e hanno ottenuto da Roma una dispensa per il celibato. Il punto è: "una volta che si accetta che ci possano essere eccezioni", ha rilevato Proconcil, il "Coordinamento dell’iniziativa internazionale verso un Nuovo Concilio", vuol dire che "non è una questione completamente inammissibile" e si potrebbe "generalizzare quella che al momento non è che una significativa eccezione in una regola intransigente". Chiedono perciò al papa che "prosegua e approfondisca questi cambiamenti in dialogo con l’insieme della Chiesa". Magari in un Nuovo Concilio a Roma con tutti i vescovi del mondo.

Sulla vicenda Gliwitzki si è espresso anche l’autorevole l’abate di Montserrat, Josep Maria Soler, ammettendo che vedrebbe di buon occhio un dibattito sulla soppressione del celibato: "è sempre positivo poter discutere di queste cose" ha detto, e ha avanzato l’ipotesi che all’interno della Chiesa "potrebbero coesistere due modi di essere sacerdote, come nelle Chiese orientali," (dove il celibato è obbligatorio solo per i vescovi). "L’ordinazione presbiterale e il celibato – ha spiegato – sono due cose differenti che possono coesistere oppure no": la Chiesa occidentale "vuole che coesistano", ma "in altre Chiese non è così".

(fonte ADISTA).

 

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Non fuori dalla chiesa, ma fuori dal recinto…

                         Non fuori dalla chiesa, ma fuori dal recinto imprigionante gestito dalla gerarchia.

Contro tanti scoraggiamenti e tante “lamentazioni” io continuo a pensare che l’attuale dirigenza vaticana, proprio per la sua estraneità ad ogni pratica di libertà, offre l’opportunità di creare nuovi spazi di fede fuori, assolutamente fuori, dall’obbedienza “canonica”. Voglio chiarire: non fuori dalla chiesa, ma fuori dal recinto imprigionante gestito dalla gerarchia. Chi vuole stare in questa chiesa “asilo infantile”, caserma, istituzione per chi ha bisogno di obbedire per stare bene, faccia pure. Ma oggi è finalmente possibile leggere la Bibbia, celebrare i sacramenti, sentirsi chiesa senza svendere la libertà interiore, senza allinearsi ai voleri vaticani. E’ davvero fondamentale questa svolta nella nostra concezione dell’esperienza cristiana. Non è l’ora di andarsene: è l’ora di restare, di gettare semi, di alimentare il dibattito, con tanta gioia, tanta fiducia in Dio, negli uomini e nelle donne. Studiando, pregando, sorridendo… (d. Franco Barbero). (fonte Viottoli.it)

 

 

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Il tema dei sacerdoti sposati è ineludibile

SINODO: CARD. SFEIR, SACERDOTI SPOSATI E’ TEMA INELUDIBILE

(fonte AGI)  – Quello del celibato sacerdotale e’ un tema che non puo’ essere eluso dal Sinodo dei Vescovi. Ne e’ convinto il card. Pierre Nasrallah Sfeir, patriarca maronita del Libano, che si e’ clamorosamente discostato dalla linea espressa dalla "Relatio" del Patriarca di Venezia, card. Angelo Scola.
   Intervenendo in Aula, l’anziano cardinale ha sottolineato alla presenza del Papa l’incongruenza costituita dal fatto che la Chiesa Cattolica riconosce agli ex pastori anglicani sposati la possibilita’ di esercitare il sacerdozio e invece la nega ai suoi preti, che si trovano nelle stesse condizioni. E ha rivelato di aver ricevuto, in quanto capo di una chiesa orientale che ammette la presenza di sacerdoti sposati, molte richieste di preti occidentali che vorrebbero incardinarsi in Libano per potersi sposare. Il Patriarca maronita non ha nascosto i problemi che pone alla pastorale la presenza di preti sposati (che hanno doveri verso la moglie e i figli e quindi spesso finiscono col trascurare il loro impegno sacerdotale) ma ha ricordato l’opinione di San Paolo per il quale "non sposarsi e’ un bene, ma e’ meglio sposarsi che ardere".

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Sinodo: confusioni pubblicitarie sui sacerdoti sposati

SINODO: VESCOVI APPLAUDONO AUSPICIO 50% PRETI ORIENTALI CELIBI

(fonte AGI) – Un lungo applauso ha salutato nell’aula sinodale l’auspicio formulato dal vescovo ucraino Sofron Stefan Mudry che nelle chiese orientali arrivino a pareggiarsi il numero dei preti sposati e quello dei preti celibi.
   "Da noi – ha spiegato – ci si lamenta che l’80 per cento dei sacerdoti e’ sposato e solo il 20 per cento e’ celibe, una situazione che crea problemi economici alla Chiesa per i costi maggiori di mantenimento di sacerdoti che hanno famiglia. Il mio auspicio e’ che si arrivi ad un 50 per cento di preti celibi e un 50 per cento di sacerdoti sposati". I padri sinodali hanno risposto con un applauso ma resta da capire se in aula e’ stato piu’ gradito l’auspicio di un aumento dei sacerdoti celibi nelle chiese orientali o quello di un pareggio tra le due categorie, forse esportabile alle altre chiese dove il celibato resta obbligatorio.

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Chiusure vaticane sul celibato

I Cardinali Sfeir e Castrillón Hojos riflettono sul celibato sacerdotale

Fra gli interventi tenutisi nell’ottava Congregazione Generale due in particolare sono tornati sulla questione del celibato dei sacerdoti cattolici.

"Nel prendere la parola il Cardinale Nasrallah Pierre Sfeir, Patriarca di Antiochia dei Maroniti e Capo del Sinodo della Chiesa Maronita ha fatto riferimento a quanto asserito dal Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, nella sua “Relazione prima della Discussione”, in cui il porporato menziona la proposta avanzata da alcuni di sopperire alla scarsità di sacerdoti in alcune parrocchie con l’ordinazione di quei fedeli sposati “di provata fede e virtù” detti “viri probati”.

A tal proposito il porporato ha osservato che anche “inviare sacerdoti in un Paese dove mancano (prendendoli) da un Paese che ne ha tanti, non è la soluzione ideale se si tiene conto delle tradizioni, delle abitudini e delle mentalità”.

A questo punto il Cardinale Sfeir ha affrontato “un problema che nessuno ignora e che merita un esame attento” e che riguarda il fatto che “nella Chiesa maronita sono ammessi i sacerdoti sposati”, e per la precisione “la metà dei nostri sacerdoti diocesani sono sposati”.

Il porporato ha quindi esaminato gli aspetti negativi della questione: “Il sacerdote sposato ha il dovere di occuparsi di sua moglie e dei suoi figli, assicurare loro una buona educazione, inserirli nella società”.

“Inoltre il sacerdozio in Libano si è anche dimostrato un mezzo di promozione sociale”, ha aggiunto.

“Esiste un’altra difficoltà per un prete sposato ed è quella di non avere un buon rapporto con i suoi parrocchiani. – ha sottolineato –. Il suo Vescovo tuttavia non può cambiarlo per l’impossibilità di trasferire insieme a lui tutta la sua famiglia”.

“Nonostante tutto – ha poi riconosciuto –, i sacerdoti sposati hanno perpetuato la fede di quel popolo con cui condividono la dura vita. Senza di loro questa fede non esisterebbe più”.

Pur riconoscendo che “il celibato è il gioiello più prezioso nel tesoro della Chiesa Cattolica”, il Patriarca di Antiochia dei Maroniti si è chiesto come è possibile “conservarlo in una atmosfera piena di erotismo: giornali, internet, cartelloni pubblicitari, spettacoli”, dove “tutto si mostra senza vergogna e ferisce ogni volta la virtù della castità”.

Nel suo intervento il Cardinale Darío Castrillón Hojos, Prefetto della Congregazione per il Clero, nel sottolineare l’urgenza di “un’azione mondiale per la santificazione dei ministri dell’Eucaristia”, ha affermato che la “ricchezza del celibato, dono prezioso dello Spirito Santo, eleva la persona e la figura eucaristica del sacerdote”.

“Nell’ambito della cultura sessuale odierna il matrimonio dei sacerdoti non sarebbe una garanzia e nemmeno una sicurezza di fronte ai problemi di ordine morale che toccano alcuni sacerdoti”, ha osservato il porporato colombiano.

”Il Sinodo può chiedere al Santo Padre che ci incoraggi ad apprezzare nella nostra Chiesa sempre di più il dono inestimabile del celibato e a chiudere le porte a false aspettative che possono creare inquietudine e confusione”, ha poi aggiunto.
 fonte Zenit ZI05100711

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Timori del Vaticano verso i sacerdoti sposati

L’anno scorso appare in "espressoonline" un articolo di Magister dal titolo "Il Vaticano contro l´immigrazione. Vietato l´ingresso a preti con moglie e figli".

Il timore era  che l´esempio dei preti sposati di rito orientale contagiasse anche la Chiesa latina; si analizzava  il caso ucraino e si riportavano alcune parole in libertà del neocardinale O´Brien, arcivescovo di Saint Andrews ed Edinburgo.

"Il giorno dopo che il papa aveva annunciato la sua nomina, ha parlato a favore del clero sposato, del clero omosessuale e della pillola contraccettiva. Creando in Vaticano una comprensibile irritazione.

Il 7 ottobre s´è rimesso in riga. Ha colto occasione dall´insediamento di un nuovo canonico nella sua cattedrale per recitare una solenne professione di fede, con la mano sopra la Bibbia. Al termine della quale ha recitato testualmente:

"Io attesto che accetto e intendo difendere la legge del celibato ecclesiastico così come proposta dal magistero della Chiesa cattolica; io accetto e prometto di difendere l´insegnamento ecclesiastico sull´immoralità dell´atto omosessuale; io accetto e prometto di predicare sempre e dovunque ciò che il magistero della Chiesa insegna riguardo alla contraccezione".

Ma una settimana dopo s´è rimangiata la prima di queste tre promesse tornando a caldeggiare l´idea di un clero sposato. L´ha fatto in un´intervista al "Daily Telegraph". Nella quale ha detto che ai vertici della Chiesa è ora se ne discuta.

E a suo sostegno ha portato due fatti. Il primo è che "in molte delle Chiese orientali in unione con Roma c´è già un clero sposato". Il secondo è che "vi sono preti sposati anche in varie diocesi cattoliche dell´Inghilterra e del Galles".

Verissimo. Il secondo caso è quello dei preti con moglie e figli convertiti dall´anglicanesimo al cattolicesimo. Sono alcune decine in Gran Bretagna e in Nordamerica e il Vaticano bada che non abbiano incarichi di rilievo e se ne stiano nell´ombra.

Ma il primo caso è molto più cospicuo. I preti sposati di rito orientale sono alcune migliaia e il Vaticano teme – non da oggi – che essi trasmettano il contagio alla Chiesa d´occidente: se loro sono legittimamente sposati, perché non lo potranno essere anche i preti di rito latino?

Una prova delle contromisure che il Vaticano ha preso per fermare il contagio è in un passo compiuto la scorsa estate dalla conferenza episcopale italiana.

La Cei ha chiesto ai vescovi cattolici dell´Ucraina (nella foto, il papa a Leopoli) di non mandare più in Italia sacerdoti sposati, a prendersi cura delle migliaia di loro connazionali immigrati. E perché? Perché "creerebbero confusione tra i nostri fedeli".

La confusione deriverebbe proprio dal fatto che hanno moglie e figli. Mentre infatti i preti cattolici di rito latino sono obbligati a essere celibi, quelli d´oriente, pur cattolici anch´essi, sono per la gran parte sposati per tradizione antichissima. E finché gli uni e gli altri se ne stanno nei rispettivi paesi d´origine, al Vaticano sta bene. Ma appena i preti orientali sposati emigrano e si mescolano ai celibi, Roma entra in allarme. Il Vaticano ha chiesto agli episcopati d´occidente di alzare uno sbarramento e la Cei l´ha subito fatto, al pari di altri episcopati europei.

La Chiesa ucraina non l´ha presa bene. La quasi totalità dei suoi preti sono sposati, e quindi non più accettati in Italia. Ma c´è dell´altro. Accusano la Cei di usare due pesi e due misure, perché anche in Italia esiste da secoli un clero cattolico sposato, italiano, con tutti i crismi della legittimità. È quello delle diocesi di rito greco albanese, in Calabria, Basilicata e Sicilia. Di preti sposati queste diocesi ne hanno oggi una dozzina e se li tengono stretti. Sono parroci in paesetti di montagna, più un altro, Sergio Maio, che vive a Milano e dice messa in rito greco ogni domenica nella centralissima chiesa dei santi Maurizio e Sigismondo, in corso Magenta.

A metà del secolo scorso il Vaticano era riuscito a estirpare questa prerogativa delle diocesi greco albanesi in Italia. Finché nel 1970 il vescovo di Lungro degli Albanesi s´impuntò e riprese a ordinare preti sposati, com´era suo diritto. In sua difesa, in curia, intervenne il cardinale Johannes Willebrands. Ma non gliela perdonarono. Passi per i preti sposati di qualche sperduto paesino, ma a Roma, nel centro della cattolicità d´occidente, mai. Un diacono cinquantenne di Lungro, colpevole d´abitare a Roma con la famiglia, aspetta invano da vent´anni d´essere ordinato prete.

Però almeno i preti sposati italiani di rito greco sono tollerati. E allora perché non anche gli ucraini, o i romeni, o i polacchi? In Polonia orientale c´è una vasta regione, la Galizia, col proprio rito e col clero sposato, con uno statuto d´intesa con Roma vecchio di quattro secoli. E cinque anni fa il cardinale Angelo Sodano intimò a questi preti sposati di "far ritorno in patria", cioè in Ucraina, senza badare che essi erano sempre vissuti lì e semmai a spostarsi erano stati i confini, in seguito alla seconda guerra mondiale. In Vaticano si attivarono in loro difesa i cardinali Achille Silvestrini ed Edward Cassidy, e Sodano annullò l´ordine. Ma la linea dominante in curia resta quella del "cuius regio eius et religio": niente mescolanze tra preti celibi e sposati nello stesso territorio.

Anche a costo di pagare prezzi salati, come è capitato in America. Nel 1912 Roma vietò ai vescovi ucraini degli Stati Uniti e del Canada, là emigrati assieme a un milione e mezzo di loro connazionali, di ordinare preti sposati. L´imposizione provocò un´autentica ribellione, che finì con un abbandono in massa della Chiesa cattolica e col passaggio alla Chiesa ortodossa. Quelli rimasti fedeli al papa si adattarono ad aggirare l´ostacolo con l´astuzia. Da allora gli aspiranti sacerdoti fanno ritorno in Ucraina, si sposano, diventano preti, e a cose fatte rientrano in America, col pieno consenso dei loro vescovi.

Anzi, da qualche tempo i vescovi ucraini e di rito melkita residenti in America non obbediscono nemmeno più al divieto del 1912, formalmente ancora in vigore. A osservare un analogo comando dei tempi di Pio XII sono rimasti, negli Stati Uniti, solo i ruteni. La questione è all´ordine delgiorno della congregazione vaticana per la Chiese orientali. Ma regnante Giovanni Paolo II, tenace difensore della regola celibataria, è difficile che Roma ceda…".

 in espressonline.it

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Il Sinodo si divide sui sacerdoti sposati

Preti sposati? No, è opportuno lavorare per una "più adeguata distribuzione del clero nel mondo", sostiene il cardinale Scola. "Io da prete dovevo celebrare nove messe ogni domenica. Bisogna affrontare il problema delle comunità di fedeli, che sono quasi sempre senza sacerdote", ribatte il vescovo delle Filippine, monsignor Louis Tagle. Esplodono subito al Sinodo le questioni più scottanti: la comunione ai divorziati passati a nuove nozze e la possibilità di preti sposati.

Era da prevedere, ma nessuno poteva immaginare che già alla conferenza stampa ufficiale si manifestassero divergenze di approccio così nette. Resta ancorato alla linea tradizionale del Vaticano il patriarca di Venezia Angelo Scola, che ha introdotto il Sinodo con una relazione di cinquantadue pagine in latino, risultate incomprensibili alla stragrande maggioranza dei vescovi, aggrappati all’auricolare della traduzione simultanea per orientarsi. Relazione anche bella per la passione nell’illustrare i significati profondi dell’eucaristia. Ma – per molti presuli – poco anglosassone nel presentare i punti su cui i vescovi vogliono fare proposte concrete.

Dice Scola che l’eucaristia è un "dono, non un diritto" e quindi i divorziati risposati devono essere accompagnati e sostenuti nel praticare il "digiuno eucaristico". Insomma niente comunione. Non è ammessa neanche l’intercomunione con i fedeli di altre confessioni cristiane tranne in casi rari. Nessuna apertura nemmeno sull’eventualità di clero sposato.

Da decenni si parla nella Chiesa dei "viri probati": laici sposati di provata fede e di una certa età, che potrebbero essere ordinati sacerdoti. Scola ribadisce l’importanza del celibato e afferma che la "Chiesa non è un’azienda, bisognosa di una certa quota di quadri dirigenti". Meglio ridistribuire il clero esistente e invocare da Dio nuovi sacerdoti celibatari.

 


Ma il dibattito è partito. Il vescovo haitiano Pierre-Antoine Paulo sostiene davanti alla stampa internazionale la necessità di individuare i casi in cui "il sacramento più importante della Chiesa possa essere ricevuto anche dai divorziati risposati". Insiste ancora sulla carenza del clero il presule filippino Tagle: "Da noi i seminari sono pieni. Cresce il numero dei preti, ma cresce ancora di più il numero dei fedeli. In tantissimi quartieri e villaggi la gente anela all’eucaristia, dobbiamo mandare ostie consacrate, ma non è la stessa cosa".

Ora tutto è nelle mani di papa Ratzinger. Sta a lui far capire se è pronto a risolvere i problemi. Il vescovo Trautman, presidente della commissione liturgica dell’episcopato statunitense (riportato dall’agenzia Adista) accusa il documento preparatorio del Sinodo di una "visione ristretta, indegna di un incontro mondiale di vescovi". E sostiene che i diaconi permanenti, già oggi in attività, potrebbero essere ordinati preti "se adeguatamente formati e qualificati".

Papa Ratzinger ha incoraggiato l’assemblea a guardare a "lacune e difetti che noi stessi non vogliamo vedere" per una "correzione fraterna". Può voler dir molto o poco. Però intanto ha suggerito al cardinale Scola un’apertura importante. Potrebbe essere rivisto tutto il meccanismo degli annullamenti matrimoniali, per chi si è sposato in chiesa solo per "meccanica adesione alla tradizione". Poi il pontefice ha annunciato che andrà dal dentista. Annuncio fortunatamente meno drammatico di quelli che faceva papa Wojtyla. (fonte Repubblica)

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Quattro matrimoni (di papi) e un’antica diatriba che divide la Chiesa

Ciò che ha accresciuto il dispiacere del patriarca di Antiochia, Gregoire III Laham, è che a pronunciare un netto diniego al matrimonio per i sacerdoti sia stato il patriarca di Venezia, città che è stata e continua a essere ponte con l’oriente cristiano. Ma nella sua prolusione all’undicesimo sinodo dei vescovi il cardinale Angelo Scola non poteva fare sconti su questo punto. E al patriarca dei greco-melchiti che ha espresso il suo dissenso («Non sono d’accordo con quanto detto dal cardinale Scola che il celibato abbia fondamento teologico, perché nelle Chiese orientali è ammesso il matrimonio per i sacerdoti»), Scola ha replicato che «nella Chiesa latina le ragioni teologiche per il celibato sussistono». Chi ha ragione fra i due? (fonte Il Riformista)

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Ai sacerdoti sposati non è lecito esercitare i sacri ordini!

Pontificio Consiglio
per l’interpretazione autentica dei testi legislativi

Dichiarazione Atteso che circa la retta interpretazione del can. 1335, seconda parte, del CIC, 19 maggio 1997. AAS 90(1998), p. 63s; Communicationes, 29(1997). pp. 17-18: Notitiae, 34 (1998), pp. 190 – 191

Preti sposati e celebrazione dell’eucaristia (can. 1335 CIC) 19 maggio 1997.

Atteso che in qualche nazione un gruppo di fedeli, appellandosi al prescritto can. 1335, seconda parte, del Codice di diritto canonico, ha richiesto la celebrazione della santa messa a sacerdoti che hanno attentato il matrimonio, è stato domandato a questo Pontificio Consiglio se sia lecito a un fedele o comunità di fedeli chiedere per una giusta causa la celebrazione dei sacramenti o dei sacramentali a un chierico che, avendo attentato il matrimonio, sia incorso nella pena della sospensione "latae sententiae" (cf. can. 7594 § 1 CIC), la quale però non sia stata dichiarata.
Questo Pontificio Consiglio, dopo attento e ponderato studio della questione, dichiara che tale modo di agire è del tutto illegittimo e fa notare quanto segue:
1) L’attentato matrimonio da parte di un soggetto insignito dell’ordine sacro costituisce una grave violazione di un obbligo proprio dello stato clericale (cf. can. 1087 del Codice di diritto canonico e can. 804 del Codice dei canoni delle chiese orientali) e perciò determina una situazione di aggettiva inidoneità per lo svolgimento del ministero pastorale seconda le esigenze disciplinari della comunione ecclesiale. Tale azione, oltre a costituire un delitto canonico la cui commissione fa incorrere il chierico nelle pene recensite nel can. i 394 § 1 CIC e can. 1453 § 2 CCEO, comporta automaticamente l’irregolarità a esercitare gli ordini sacri ai sensi del con. 1044 §13° CIC e can. 763 2° CCEO. Questa irregolarità ha natura perpetua, ed è quindi indipendente anche dalla remissione delle eventuali pene.
Di conseguenza, al di fuori dell’amministrazione del sacramento della penitenza ad un fedele che versi in pericolo di morte (cf. can. 976 CIC e can. 725 CCEO), al chierico che abbia attentato il matrimonio, non è lecito in alcun modo esercitare, i sacri ordini, e segnatamente celebrare l’eucaristia; ne i fedeli possono legittimamente richiederne per qualsiasi motivo, tranne il pericolo di morte, il ministero.
2) Inoltre, anche se non sia stata dichiarata la pena – cosa che peraltro il bene delle anime consiglia in questa fattispecie, eventualmente attraverso la procedura abbreviata stabilita per i delitti certi (cf. can. 1720 3° CIC) – nel caso ipotizzato non esiste la giusta e ragionevole causa che legittima il fedele a chiedere il ministero sacerdotale. In effetti, tenuto conto della natura di questo delitto che, indipendentemente dalle sue conseguenze penali, comporta un ‘aggettiva inidoneità a svolgere il ministero pastorale, e atteso anche che nella fattispecie è ben conosciuta la situazione irregolare e delittuosa del chierico, vengono a mancare le condizioni per ravvisare la giusta causa di cui al can. 1335 CIC. Il diritto dei fedeli ai beni spirituali della chiesa (cf. can. 213 CIC e 16 CCEO) non può essere concepito in modo da giustificare una simile pretesa dal momento che tali diritti debbono essere esercitati entro i limiti e nel rispetto della normativa canonica.
3) Quanto ai chierici che sono stati dimessi dallo stato clericale a norma del can. 290 CIC e can. 394 CCEO e che abbiano o meno contratto matrimonio in seguito a una dispensa dal celibato concessa dal romano pontefice, è noto che viene loro proibito l’esercizio della potestà di ordine (cf. can. 292 CIC e can. 395 CCEO). Pertanto, e salva sempre l’eccezione del sacramento della penitenza in pericolo di morte, nessun fedele può legittimamente domandare a essi un sacramento.
Il santo padre ha approvato in data 15 maggio 1997 la presente dichiarazione e ne ha ordinato la pubblicazione.
Dal Vaticano, 19 maggio 1997.
Juliàn HERRANZ, Arciv. tit. di Vertara, presidente
Bruno BERTAGNA, Vesc. tit. di Drivasto, segretario
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Preti sposati: dichiarazioni sul card. Scola

Il cardinale Scola ha appena dichiarato nella relazione al sinodo come non ci sia bisogno di ordinare sacerdoti uomini sposati, riprendendo l’antica tradizione dei “viri probati”. Per il porporato ricevere l’Eucaristia è un dono e non un diritto per i fedeli e dunque la Chiesa deve affidarsi alla Provvidenza, se il numero dei sacerdoti è insufficiente rispetto alle esigenze pastorali. Nel testo della relazione, letto in latino, è riaffermato invece l’obbligo del celibato per i sacerdoti, del quale è indicato il “fondamento teologico”.

Una delle solide  basi delle dichiarazioni del Cardinale Scola è l’affermazione che  la Chiesa non può essere democratica perché la “Verità” viene dall’alto e non può essere oggetto di “maggioranze” (Giovanni Paolo II).

L’affermazione secondo cui la Verità viene “dall’alto” sembra procedere più da una filosofia platonica che biblica, dato che per quest’ultima la Verità non coincide con idee, con teorie, o con formule: essa è trinitaria e non è scindibile, come dice Gesù, né dalla “Via”, né dalla “Vita”. Nel giorno del “Giudizio” sarà più evidente che la Verità non scende “dall’alto”, ma si trova nel cuore dell’uomo quando ama il fratello nel bisogno e pratica la giustizia. Lo spirito, al quale Gesù richiama costantemente i suoi discepoli nella gestione della vita quotidiana, è esplicitamente in sintonia con l’ethos democratico e “in opposizione” con quello gerarchico-autoritario.

I sacerdoti sposati  offrono già  il loro servizio in altre parti del mondo, senza pregiudizi, anche ai cattolici respinti dalla gerarchia ecclesiastica, ma desiderosi di mantenere la fede cattolica cristiana. La nostra associazione di sacerdoti lavoratori sposati  propone di estendere questo servizio anche in Italia.

Gesù non respinse mai nessuno; i preti sposati, nel loro ministero, dovrebbero seguire quella tradizione.

La Chiesa Cattolica Romana fu fondata da Preti Cattolici Sposati. Durante i primi mille e duecento anni d’esistenza, preti, vescovi, e anche molti papi furono sposati. Per più di mille e duecento anni, Sacerdoti e Vescovi sposati prestarono alacre e dignitoso servizio alle comunità cristiane finché per motivi medioevali politici furono dichiarati fuori legge. La consuetudine però è tuttavia presente nel Codice delle leggi canoniche. Queste sono le leggi che governano la Chiesa Cattolica. Come vedrete, le leggi medesime della Chiesa avvallano la validità del sacerdozio dei preti sposati e assicurano la validità dei sacramenti da loro amministrati.

Il primo canone, qui sotto citato, da diritto  di informare altri cattolici

CANONE 212.3 – “In relazione al sapere, la competenza, e la prominenza che essi (i fedeli) possiedono, hanno diritto e, talvolta, anche l’obbligo di manifestare ai pastori consacrati la propria opinione al riguardo di materie pertinenti al bene della Chiesa, e hanno diritto di far conoscere la loro opinione anche agli altri cristiani …”

Seguono estratti dai 21 canoni che si riferiscono ai preti sposati

CANONE 213 – “I fedeli cristiani hanno diritto di ricevere assistenza dai pastori consacrati nel fruire dei beni spirituali della chiesa, specialmente della parola di Dio e dei sacramenti.”

CANONE 290 – “Dopo essere stato validamente ricevuto, l’ordine sacro non può mai essere reso invalido.”

CANONE 843 – “I ministri consacrati non possono rifiutare i Sacramenti a coloro che opportunamente li chiedono, sono adeguatamente disposti e non sono esclusi dalla legge a riceverli.”

CANONE 844 – “Qualora la necessità lo richieda o un vantaggio spirituale genuino lo suggerisca, e si prendano le necessarie precauzioni per evitare errori o indifferenza, è legittimo per i fedeli per i quali è materialmente e moralmente impossibile avvicinarsi ad un ministro cattolico, il ricevere i Sacramenti della Penitenza, dell’Eucaristia, e l’Estrema Unzione da ministri non cattolici in quelle chiese dove tali sacramenti sono validi.”

(Se possiamo legittimamente ricevere i sacramenti da ministri non cattolici, i preti che si sono sposati offrono la medesima cosa, poiché l’utilizzazione del canone 844 è basata sulla validità dell’ordine sacro.)

CANONE 1752 – “ … la salvezza delle anime … è sempre la legge suprema della Chiesa.”

UNO STATO D’EMERGENZA si realizza nella Chiesa quando le attività essenziali o il portarle avanti nella Chiesa vengono meno. In questo periodo nella storia della Chiesa Cattolica la scarsità dei Preti celibi e la mancanza della loro disponibilità hanno suscitato una situazione d’emergenza per ciò che riguarda il diritto, proveniente dal battesimo, dei fedeli di avere l’assistenza dei loro Pastori per usufruire delle ricchezze spirituali della Chiesa, specialmente della Parola di Dio e dei Sacramenti (Can. 213).

Altri casi nei quali il Codice della legge canonica permette l’amministrazione dei Sacramenti in emergenza sono: pericolo di morte (Can. 976 e 883:3), necessità o vantaggio spirituale delle anime (Can. 844:2), motivo ragionevole (Can. 1003:2), grosso scomodo (Can. 1116 e 1323:4), e una giusta ragione (Can. 1335).

Altri canoni applicabili sono 226, 840, 845:1, 883:3, 897, 898, 899:1, 2, 3, 900:1, 911:2, 999:2, 1116, 1169:2.

Questi canoni si trovano nel Codice del Diritto Canonico che si può facilmente trovare in molte biblioteche e librerie.

I canoni sopraindicati furono scritti per i fedeli, l’applicazione deve pertanto venire dai fedeli. I canoni ci danno il potere d’avvalerci dei preti sposati. Nei primi tempi della chiesa, erano i credenti che si radunavano in comunità di preghiera, erano i fedeli che sceglievano gli anziani (presbiteri) a presiedere la celebrazione dell’Eucaristia (a celebrare la Messa), le comunità dei credenti non erano istituite o circoscritte da autorità ecclesiastiche. Nella Chiesa Cattolica l’uso divenne tradizione, la tradizione divenne legge. I canoni che abbiamo citato esistono per preservare la tradizione per rammentarci delle usanze in caso che fosse necessario. Ora è necessario (fonte rentapriest).

Nelle librerie era apparso, recentemente,  un libro a firma Roberto Beretta ed Elisabetta Broli, giornalisti di Avvenire, dal titolo assai inquietante «Le Bugie della Chiesa». Nel testo del libro: «Il celibato dei preti è solo una disposizione disciplinare…» .

Invito a ricollocare, tra i cristiani, i testi giuridici al centro della vita: la perfetta e perpetua continenza non è richiesta dalla natura del sacerdozio.

In un’intervista apparsa su Adista   Stefano Sodaro,  autore del libro  “Keshi. Preti sposati nel diritto canonico orientale” invitava a riscoprire «quanto insegna il Vaticano II, al n. 16 del Decreto Presbyterorum Ordinis: il celibato, sebbene risulti particolarmente confacente alla vita presbiterale di dedizione alla causa del Regno dei cieli – che è una causa rivoluzionaria, come ci insegnano i teologi del Sud del mondo -, “non è richiesto dalla natura stessa del sacerdozio, come dimostra la prassi della Chiesa primitiva e la tradizione delle Chiese orientali, presso le quali, accanto ai vescovi che sono tutti celibi, esistono eccellenti presbiteri coniugati”.