Solidarietà a don Massimiliano, ex parroco Zen

Termini Imerese 22 luglio 2005 – L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati fondata da don Giusepppe Serrone, ex parroco di Soriano nel Cimino, originario di Termini Imerese, solidarizza con il sacerdote di 34 anni, Massimiliano Cerilli, parroco di uno dei quartieri più difficili di Palermo, lo Zen, che ha  ha chiesto ai superiori la dispensa dal ministero per formare una famiglia.  Don Gregorio Porcaro, già vice di Don Pino Puglisi, il prete di Brancaccio assassinato dalla mafia, poi nominato parroco dell’Acquasanta, un altro quartiere "a rischio" di Palermo, oggi sacerdote sposato con due figli, ha dichiarato che il vero problema è il celibato dei preti: "la Chiesa  considera immorale tutto ciò che è contro natura. Ora cosa c’é di più innaturale di impedire ad un uomo di amare una donna? Mi rendo conto che non ci sono ancora le condizioni per affrontare seriamente simili argomenti ma è l’allontanamento forzato dalla comunità del sacerdote che lascia il vero strappo nella gente. La rabbia, la delusione dei parrocchiani sono sensazioni normali, naturali, quasi inevitabili. Ti considerano un punto di riferimento, in certi quartieri ancor più che in altri, e poi ti vedono interrompere un percorso che li ha coinvolti e si sentono traditi. Direi che la reazione della gente è tanto più forte quanto più stretti sono stati i rapporti che sei riuscito a creare con le persone… Gli sono molto vicino, so che è stato un ottimo sacerdote. Quella che sta vivendo è un’ esperienza dura e spero che la Chiesa, a differenza di quanto è accaduto a me, non lo lasci solo facendolo restare nella comunità e dandogli, ad esempio, la possibilità di insegnare religione nelle scuole".
 
Giuseppe Serrone ha vissuto l’emarginazione della diocesi di Civitacastellana (VT) dopo le dimissioni da parroco nel 2001: "sono stato privato dell’insegnamento nella provincia di Viterbo. Insegnavo come supplente in un liceo e i Vescovi Zadi e Chiarinelli sono intervenuti per non farmi inserire negli elenchi degli aspiranti supplenti". Il sacerdote sposato ha insegnato quest’anno come supplente per due settimane nell’istituto comprensivo Falcone, proprio allo Zen (lo stesso quartire dove era parroco don Cerilli) e per due mesi in un liceo parificato di Palermo. Ora è disoccupato, ospitato a Termini Imerese dai genitori, senza casa e con la moglie malata  e teme di perdere la supplenza per il prossimo anno scolastico, per le ingerenze del Vescovo Zadi anche a Palermo.
 
I preti sposati e  con figli ci sono, dunque, e costituiscono un problema per la Chiesa cattolica. Considerati quasi dei dannati e degli eretici da molti fedeli e da quasi tutti gli altri chierici, vivono ai margini della comunità ecclesiale. Guai, quindi, a chiedere informazioni su di loro alle Curie. Si rischiano solo imbarazzati silenzi e perentorie risposte negative. Il problema non esiste, affermano, o almeno, così si vorrebbe che fosse.

Secondo i dati più recenti, sarebbero circa trecento in tutta l’Isola, dei quali più di ottanta solo a Palermo, ben poca cosa rispetto ai circa diecimila, sui 55 mila ancora in servizio attivo, di tutto il Paese. Se poi si vanno a guardare le cifre relative al pianeta, si vede che costituiscono il ventidue per cento del totale con ben 100 mila membri.
 
 
Sulla sua scelta di sposarsi, dopo le dimissioni da parroco,  Giuseppe Serrone  ha recentemente dichiarato: " Mi sento sicuro di aver fatto una cosa giusta davanti a Dio. La Parola di Dio, fin dalla Genesi ci dice  “non è bene che l’essere umano sia solo”. Sono con il  cuore triste perché la chiesa Cattolica Romana esclude l’amore che la Parola di Dio nel Cantico dei Cantici chiama “la fiamma di Dio”.  Questo retaggio di repressione romana enfatizzato dal genio di San Agostino ha coinvolto anche altri cristiani ed altre religioni. Se guardiamo i  Vangeli Gesù non ha mai parlato male una sola volta di una donna. Il nostro cuore sanguina a pensare a tutti i disastri prodotti negli uomini da una teologia repressiva e non biblica. Uno dei nostri compiti è quello di dire, nella carità che ci lega all’amore di Cristo, che “non è bene che l’uomo sia solo” e che dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Quando l’uomo abbandona la Parola e lo Spirito di Dio scambia il bene di Dio per male ed uccide i Profeti con le “sante inquisizioni”.  Le teologie sbagliate, anche se danno potere poiché la repressione sessuale porta le masse alla dittatura del pensiero unico, diventano idoli del "rigor mortis", dell’uomo infallibile che siede al posto di Dio e sottraggono così vita agli uomini per i quali Gesù è venuto affinchè avessero vita e vita ad esuberanza.
 

Chiedo alla Chiesa di andare alla Parola di Dio con rettitudine ed Amore, di rinunciare al Trono del potere per servire ed amare come Dio ci ha amati. Il problema del celibato vada inquadrato in un concetto teologico-spirituale del sacerdozio ministeriale che necessita di riforma radicale.  Il problema non si configura ipotizzando un prete normale che ha la parrocchia e che adesso è celibe, ma potrà vivere la stessa dimensione di vita odierna con la propria famiglia. Anche questo potrebbe andare bene come momento di passaggio. Ma è la figura del sacerdote come tale che va rivisitata e riproposta. Il prete non deve essere un luogotenente di una posizione (la parrocchia) che fa parte di un mandamento (la diocesi) che a sua volta è porzione di un grande complesso governato da Roma. Se dal punto di vista storico (ed anche organizzativo) tutto questo ha avuto ed ha ancora un significato, occorre guardare avanti e pensare al sacerdote come uomo (o donna) che sia punto di riferimento di una comunità che ha come centro il Cristo ed il suo messaggio. Il sacerdozio ministeriale si configurerà  come un fratello che Dio ha chiamato ad aiutare altri fratelli a vivere il vangelo ogni giorno.

Con la propria famiglia o no. Operaio o impiegato. A tempo pieno o a tempo parziale. Questo modo di vedere il sacerdozio rivoluzioni anche il modo di porre il messaggio cristiano. Si torna alla chiesa delle origini ed al "pusillus grex" che è stato lievito che ha sconvolto la pasta corrotta dell’impero, sale che ha dato sapore ad una società stanca e viziata, luce sul candelabro che ha illuminato un mondo dominato dalla fede nel potere delle armi e della politica. Certamente nessuno di noi ha tante teste coronate, come Milingo, a proteggerci. La Chiesa verso di noi si è mostrata veramente matrigna. Pensiamo ai tanti sacerdoti che sono stati messi al bando. Spesso, per loro non c’è stato né perdono né comprensione. Qualcuno ha subìto forme di persecuzione. Sono stati buttati fuori dalla Chiesa come se, all’istante, avessero perso ogni dignità umana. Chi poi non è riuscito a ricostruirsi una vita attraverso il lavoro, si è ritrovato nella più squallida povertà, insieme con la sua famiglia.

 

Roma è timorosa di perdere il quieto vivere di tanti suoi sacerdoti e dalla paura del nuovo che lo Spirito  alita sulla vita della Chiesa.
I vertici della Chiesa non sono in mano ai poveri nè a chi lotta con i poveri, ma sono in mano ai potenti e a chi tratta con i potenti. C’è un’enorme contraddizione tra gli atti della Chiesa e i suoi insegnamenti. Fuori si presenta come paladina del dialogo, delle libertà, della tolleranza, della pace e dell’ecumenismo, e domanda perdono in varie occasioni per gli errori e le condanne ecclesiastiche del passato.  Invece, dentro, la Chiesa, mutila il diritto di espressione, proibisce il dialogo e da vita a una teologia dai forti toni fondamentalisti.

 

Il sapere di aver fatto la cosa giusta al  cospetto di Dio e per il bene della sua chiesa ci confortava e ci conforta nelle immense difficoltà della nostra società. Nella vita può accadere di trovarsi ad affrontare uno o più momenti di radicale cambiamento: ad esempio la situazione in cui si trovano molti religiosi quando, per svariati motivi decidono di lasciare la struttura in cui avevano vissuto e che li aveva “protetti” fino a quel momento. E’ proprio ora che ci si può sentire più vulnerabili, che ci si può trovare in situazione di totale isolamento, si può essere abbandonati da confratelli/consorelle, da amici, parenti, da chi, leggendo questo evento  come una “caduta” e non come un nuovo inizio, non lo comprende o non lo condivide.  Questo stato può significare il dover vivere per un tempo indeterminato in una situazione di profondo disagio psichico e fisico. Oltre a questo fatto, già di per sé gravoso, l’ambito religioso in Italia è un contesto sociale che   prevede  pochissimi supporti concreti ed economici in caso di cambiamento di rotta e questo comporta la necessità immediata, in mancanza di aiuti, di trovare casa e lavoro.

 

 Il nostro amore per Gesù e per la sue comunità di oggi ci dia la forza di esserGli fedeli. Credo che più che stablire "regole" sia urgente creare uno spirito nuovo nelle relazioni tra chiesa gerarchica e preti sposati.  Tra le cose urgenti da fare, penso che la prima sarebbe una ricerca precisa e continuamente attualizzata, sul numero e sulla situazione in cui si trovano i preti sposati e questa ricerca potrebbe essere fatta  in Italia  e nel mondo con la collaborazione delle nostre  Associazioni.

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