Lettera sacerdote sposato critica teologo Brunetta

Un sacerdote sposato ha scritto una lettera al mensile Vita pastorale (luglio 2005). La nostra associazione invita a inviare contributi scritti sulle problematiche del celibato.

Il testo della lettera

"Sono un sacerdote coniugato dell’Eparchia di Piana degli Albanesi (Pa), con moglie e figlia a carico, parroco a Contessa Entellina.

Il mio vuole essere un contributo chiarificatore circa l’articolo di Giuseppe Brunetta "Diaconi permanenti risorsa per la Chiesa" (VP 3/2005, pp. 36-42). Chiarisco subito che nel contesto ecclesiologico e teologico circa la problematica del celibato, la presente lettera non vuole seminare zizzania ma rendere noto a molti che esistono diverse tradizioni all’interno dell’unica Chiesa cattolica.

La seconda parte del titolo "risorsa per la Chiesa" mi ha lasciato perplesso. I motivi che descrivono la situazione italiana riguardanti le parrocchie sembrano velatamente proporre la seguente soluzione: il diacono cosiddetto permanente può sostituire o fare le veci del sacerdote e quindi in questo senso è risorsa.

Alla nota 2 si legge: «Crediamo sia un dovere ringraziare la puntuale e precisa informazione che il quotidiano cattolico Avvenire registra in materia; se non altro costringe (sic!) i vescovi a rendersi conto della loro necessità e dovrebbe aiutare i parroci che hanno lasciato o sono in procinto di farlo per limiti d’età a far pressione presso i differenti livelli dell’autorità che li governa perché si rendano conto del vuoto che troppo spesso viene lasciato e che per mancanza di nuove leve resterà tale; ma per quanto tempo?».

Questa costrizione morale imposta ai vescovi a che cosa tende: a registrare un dato loro noto o a spingere avanti presso i differenti livelli di autorità la riflessione teologica ed ecclesiologica sul celibato ministeriale?

La nota 3, magisteriale-biblica, rende giustizia alla nascita e alle virtù del diaconato ma non al testo sacro e alla tradizione della Chiesa, in quanto Paolo nella prima epistola a Timoteo sottolinea ed evidenzia al primo posto la figura del presbitero: «Sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro» (1Tm 3,2) e poi quella del diacono: «Non doppi nel parlare, non dediti al molto vino né avidi di guadagni disonesti e conservino il mistero della fede in una coscienza pura» (1Tm 3,8ss).

L’esatta conoscenza del testo sacro potrebbe spingere in avanti la riflessione teologica senza la necessità o l’ipocrisia di proporre palliativi a una situazione, quella della disponibilità di sacerdoti, che sfugge di mano. Poste le premesse (nn. 5 e 6 di p. 37), non mi sembra logico affermare solo: concediamo il diaconato permanente con più facilità, visto che anche la nostra Italia è diventata terra di missione (cf nota 4 p. 38). Domanda: hanno mai detto i nostri vescovi ai cosiddetti diaconi permanenti che rientrerebbe nelle loro scelte vocazionali accedere al presbiterato qualora ne venisse offerta la possibilità?

Voglio apportare un dato relativo alla storia delle Chiese cattoliche orientali presenti nel mondo e in particolare in Italia come stimolo alla discussione o alla conoscenza (non all’invidia di qualche sacerdote di rito romano). L’esperienza plurisecolare delle comunità arbëreshe (in Sicilia e in Calabria), che al loro interno hanno visto sempre la presenza del clero coniugato ha apportato qualche particolare e diverso contributo all’esperienza di Chiesa? O siamo solo, da alcuni "puristi", considerati come il secondo termine di paragone dell’istituzione ecclesiale?

Penso che a noi spetta il compito di non essere semplici trasmettitori di una prassi orientale presente nella Chiesa cattolica universale ma di aiutare chi chiede aiuto ad affrontare la tematica in modo originale e consono (vedi L’amico del clero n. 7/8 2004)".

Papàs Nicola Cuccia
Contessa Entellina

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