Ho perso la fede

È successo stamattina, dopo la lettura delle notizie.

No, non è stata certo quella del Papa che, son cento giorni che è insediato e già speriamo nel prossimo.

Sembra che nella sua preghiera a Dio perché fermi «la mano assassina» dei terroristi, abbia menzionato gli attentati in Egitto, Gran Bretagna, Turchia e Iraq, “dimenticandosi” di quello che il 12 luglio aveva mietuto cinque vite israeliane a Netanya. All’insediamento si era dimenticato degli spagnoli, le bombe terroriste le ha definite anticristiane “dimenticandosi” l’IRA irlandese, l’OAS francese e i separatisti baschi. Si è dimenticato anche di essere stato iscritto alle SS…

Non c’è niente da fare:  ha poca memoria. (fonte lettere a Arcoiris)

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commento al caso del parroco zen palermo

L’ipocrisia dei mass media di Paola D’Anna – fonte ildialogo

Basta con la subalternità al potere religioso del Vaticano e con il trasformare vicende umane dolorose in scandali rosa estivi

Il prete che abbandona il suo ministero per sposarsi, fa scandalo. Ma non per la gente, che anzi vedrebbe ben volentieri il fatto che i preti possano sposarsi, bensì per i mass media.
Questa è la triste realtà dei nostri mass media che emerge di fronte all’ennesimo abbandono di un prete per motivi d’amore, avvenuto a Palermo nei giorni scorsi e su cui si sono buttati a corpo morto tutti i quodidiani italiani che hanno paragonato la vicenda alla telenovela televisiva "Uccelli di rovo" .
Nessuno osa chiedere perchè ancora oggi la chiesa cattolica continui a mantenere, per la sola chiesa occidentale, l’obbligo del celibato. Nessuno si chiede perchè nella stessa Sicilia, dove vi sono numerose parrocchie di rito orientale con preti regolarmente sposati, in certe parrocchie debba essere vietato sposarsi ed in altre a pochi chilometri di distanza sia invece possibile.
La regola che impera nei mass media è quella di non disturbare il Vaticano, di non porre questioni scottanti, di cancellare i diritti delle persone quando queste vestono un abito religioso.
Nessuno si preoccupa delle sofferenze che hanno dovuto subire preti e donne costretti di solito letteralmente a "scappare" per sottrarsi alla morbosità dei mezzi di comunicazione, che non si lasciamo mai sfuggire le storie "piccanti", soprattutto in periodo estivo.
Crediamo sia ora di finirla con simili atteggiamenti ipocriti e di subalternità ad un potere religioso che ha assunto i connotati di un potere assoluto. Non ci sembra che il Gesù dei Vangeli possa essere preso a riferimento per simili atteggiamenti che non hanno nulla di quella misericordia e di quell’amore da lui insegnato.
Se i mass media vogliono dare una mano vera a questa chiesa, avviino inchieste fra la gente su che cosa essi pensano della possibilità che i preti liberamente decidano di sposarsi: scopriranno una vasta adesione all’abolizione del celibato. Si sostegna la campagna che le associazioni dei preti sposati stanno conducendo da decenni per l’abolizione di un obbligo del tutto anacronistico e sicurmente antievangelico, si faccia cioè il proprio dovere di mezzi di comunicazione, si sollecitino dibattiti e prese di posizione.
Se così non sarà che nessuno si lamenti ad ogni nuovo caso di prete pedofilo che verrà fuori: le vostre saranno solo lacrime di coddodrillo, ipocrite e false.

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No allo scandalismo, si all’informazione

Comunicato stampa di Iniziativa a Favore dell’abolizione del celibato dei preti nella chiesa Cattolica

La vicenda che a Palermo, nel quartiere dello Zen, ha visto il parroco abbandonare il suo ministero per sposarsi, continua a tenere banco sui media locali e nazionali.
Con tutto ciò che bolle in pentola in questi giorni, i giornali italiani non rinunziano ad utilizzare qualsiasi cosa per costruire “gossip estivi” a sfondo sessuale. E se la storia ha come protagonisti preti e monache, meglio ancora.
Deploriamo vivamente questo comportamento che è gravemente lesivo della dignità delle persone coinvolte, e che non aiuta affatto le gerarchie della Chiesa Cattolica Romana a prendere coscienza della inutilità di una norma, quella sul celibato ecclesiastico obbligatorio, che è largamente superata nella coscienza della maggioranza dei fedeli.
Deploriamo lo scandalismo che di fatto da una mano al permanere di una norma che santifica l’ipocrisia e che ha trasformato i preti in “casta sacerdotale” mentre in realtà essi compiono solo un servizio a favore di una comunità di credenti.
Facciamo perciò appello a quanti nei giornali seguono le questioni religiose, i cosiddetti vaticanisti, a sollecitare i propri direttori ad attivare una campagna di informazione che porti al superamento del celibato obbligatorio. Ricordiamo che, nella stessa chiesa cattolica, il celibato obbligatorio non è previsto per le chiese di rito orientale. Nella stessa Sicilia, che oggi è nell’occhio del ciclone per il parroco dello Zen che lascia il suo incarico, vi sono diocesi di rito orientale con tanto di parroci sposati. Perché, ci chiediamo, invece di fare scandalismo non ci si occupa di informare su questa realtà e su quello che effettivamente pensano i fedeli su una norma assurda ed antievangelica?
Chiediamo a quanti sono d’accordo con noi di sostenere tutte le iniziative possibili affinché si possa giungere al superamento del celibato ecclesiastico obbligatorio per i preti cattolici di rito latino. (fonte il dialogo)

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la chiesa limita la partecipazione delle donne!

Grazie davvero! In particolare vorrei che la Chiesa aprisse le porte alla donne, consentendole di diventare sacerdote ed occupare così dei ruoli primari al suo interno.
Penso che con un nostro maggiore contributo la Chiesa ne gioverebbe davvero tanto.
E poi si parla tanto di "genio femminile", ma perché questo "genio" non viene utilizzato maggiormente? Le donne hanno una sensibilità diversa, uno sguardo più profondo sulle cose, e allora perché ci escludono? Anche se credo in Dio, non riesco a credere fino in fondo ad una Chiesa che limita la nostra partecipazione. Dobbiamo forse pensare che Dio fosse maschilista?
Sono contenta che nel vostro sito si parli anche di questo aspetto!
Continuate così!! (lettera firmata)

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“Combattere contro certe mentalità medievali e retrogradi è una lotta dura”

Gentile Sig. Serrone,
grazie per la sua e-mail. Mi piace molto la vostra newsletter e credo che sia un importantissimo strumento per tenere viva l’attenzione su certe problematiche e ingiustizie che interessano la Chiesa.
Sono una giornalista pubblicista e collaboro attualmente con (…) e il settimanale di informazione diocesana (…). Mi piacerebbe molto approfondire alcuni dei temi da voi proposti sul settimanale per il quale collaboro, ma purtroppo il direttore (un prete) non condividerebbe. Combattere contro certe mentalità medievali e retrogradi è una lotta dura e immagino che soprattutto per voi non debba essere facile.
Se verrò a conoscenza di notizie che possano interessare al vostro sito, ve le manderò molto volentieri.
Grazie ancora e buon lavoro. (lettera firmata)

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L’associazione CHIF Liberi e Solidali a favore di sacerdoti sposati, preti sposati, ex-religiosi/e

1. Una notizia che rifugge da senzazionalismi

Non farebbe un granché notizia la nascita di una nuova Fondazione. Non altrettanto se l’estro (o l’andazzo) giornalistico la rende solleticante con titoli che odorano di scandalo, come avviene, nel nostro caso, col dare risalto ai soggetti, “ex-preti” e “ex-suore”, più che all’organizzazione che si occuperà di loro.

A chi s’impegna in questo settore della società cattolica, riesce ostico il clamore che suscita il semplice parlare di loro e delle loro “rivendicazioni”, dato che non sono in discussione temi ideologici o morbosi, e la notizia riguarda un fattore concreto di umana solidarietà. È vero, il sacro esercita un gran fascino per il suo alone di mistero che evoca inconsci tabù, tanto più se in riferimento ad una sessualità trasfigurata o repressa (due lati della stessa medaglia). Ma i mass-media giocano sull’immediatezza dei sentimenti e delle impressioni; e perciò vanno a rovistare inesistenti archivi donde trarre statistiche su questa genia di trasgressivi che pretendono inventarsi una propria normalità…

I fondatori della CHIF, per non incrementare una tale deviazione della notizia, danno per scontata la vessata questione circa l’opportunità o necessità di revisione di alcuni canoni ecclesiastici e si pongono sul versante che si occupa e preoccupa del che-fare.

2. Perché questa Fondazione

È a tutti noto che i giovani di oggi trovano con difficoltà una via per mettere a frutto il risultato dei loro studi, competenze, master e corsi vari, assunzioni provvisorie eccetera. Ben poco comparabile alla loro è la posizione in cui vengono a trovarsi le persone consacrate all’uscita da un ambiente delimitato perché totalizzante, e perciò tale da assorbire al suo interno ogni capacità individuale. Fuori dall’istituzione in età più o meno avanzata, esse si trovano a fronteggiare con armi spuntate l’impatto con una società pretenziosa e discriminante: non era stato preventivato in alcun modo (anzi era stato visto come inammissibile debacle) uno spostamento a 360 gradi di tutti gli aspetti della propria esistenza.

La CHIF, nata a S. Margherita Staffora (Pavia) il 14 luglio 2004,  si propone di venire incontro alle condizioni mortificanti che subiscono non pochi di loro, e non sempre i più sprovveduti. Ai fini di evitare che restino in balia dell’incertezza dell’oggi e del domani, la Fondazione si dà una consistenza strutturale giuridica ed economica (conta su risorse finanziarie da attivare in modo imprenditoriale); intanto, nell’offrire loro una breve sosta spazio-temporale, ravvivata da rapporti amicali, ha un lungimirante progetto: il rilancio morale e spirituale delle doti e della ricca esperienza capitalizzata, in modo da dargli continuità e nuova fecondità.

3. Lo spirito animatore e i fatti concreti

A questo punto è legittimo porsi la domanda: quale rapporto ha il fattore economico (che pare prioritario nella CHIF), con l’animazione spirituale che i fondatori non mancano di prediligere? È paradigmatico un piccolissimo segno, che possiamo derivare da quello che si chiama l’inno della CHIF: parole che ruotano attorno al tema della libertà e dell’amore. Questo binomio, su cui incombe la minaccia della retorica e della mistificazione, viene assunto dai fondatori della CHIF in controtendenza rispetto all’abuso che se ne fa: ponendo, a sua convalida, i fatti. Non si tratta di semplice pragmatismo, ma di ispirazione profetica, liberata da falsi pudori, orientata al biblico FARE LA VERITÀ. Dal momento che non è facile evitare almeno due aspetti dell’aiuto da prestare, e cioè il pietismo e la concezione materialistica delle sovvenzioni, una serie di precauzioni dovrà impedire sia la passività del ricevente sia l’attivismo del donatore. Cioè, dare aiuto concreto, per la CHIF, non significa dare al proprio simile danaro, casa, posto di lavoro, quant’altro gli serve, anche se è necessario occuparsi in maniera temporanea di contingenze ineludibili. Non è questione secondaria, ma essenziale, che tra le due parti, di chi dà e di chi riceve, si crei uno spirito collaborativo a tutta prova: in modo da risolvere meglio le difficoltà della nuova collocazione sociale, sconfiggendo nello stesso tempo la facile caduta nella solitudine, forse anche nell’isolamento sociale, con tutte le sue asprezze.

4. Con quali criteri opererà la CHIF

Forse è più facile dire che cosa non è la CHIF, anziché tracciarne il campo di azione.

Se essa non fa opera di beneficenza e non funge neanche da ufficio di collocamento o di qualcosa di simile, nondimeno non mancherà di offrire delle opportunità, sia pure limitate.

Ma un criterio laico accompagnerà la sua azione: nell’occuparsi dei diritti umani (senza sbandierarli polemicamente), non dovrà ricalcare lo stile clericale del guardare più all’interno che al di là dei confini dentro i quali si muove. Il proposito di promuovere la dignità dei soggetti correrà sui binari della dilatazione dell’orizzonte esistenziale, della tessitura di una tela di rapporti con altre organizzazioni variamente caratterizzate, del tenace tentativo di dialogo con realtà apparentemente lontane dalle sue dinamiche operative.

Il risultato scaturirà dai criteri ispiratori, resi visibili e comunicabili dall’atmosfera di fiducia che creerà. E certamente sarebbe più facile elencare le opere da promuovere rispetto allo spirito che dovrà animarle… 

 

5. Corollari  della CHIF

Un’altra segnalazione: nel favorire l’aiuto vicendevole e lo scambio collaborativo tra uguali, la CHIF dovrà attenersi ad un codice che le permetta l’accesso alla reale configurazione delle condizioni di coloro di cui si occupa; i quali non sono i soliti, ben riconoscibili svantaggiati che s’incontrano in ogni dove. Cioè terrà presente che, quasi nessuno, per disinformazione o pregiudizio, vede in loro “soggetti di bisogno”, e che loro stessi non amano apparire tali. Per fare un esempio, capita di notare che, nel fraternizzare tra preti sposati o suore ormai del tutto laicizzate, tira una brutta aria se ci si attesta su posizioni che rimarcano la diversità di cui sono fatti segno rispetto ai comuni cittadini: la voglia di normalità porta a scansare allacciamenti al passato.

Allora la CHIF mirerà a promuovere, con opportune strategie, una rivalutazione del passato nella piena libertà di fronte ad esso. Se è di grande importanza porre i soggetti nelle condizioni di utilizzare e sviluppare le attitudini personali, un tempo adoperate proficuamente, altrettanto necessario è che l’acquisto della nuova identità non sia conflittuale nei riguardi della prima formazione. Ci sono poi altri corollari da tener presenti. La verità del fare abilita a “gridare sui tetti” l’opportunità di: a) raggiungere chi resta dentro l’istituzione solo per la paura di affrontare il domani; b) sensibilizzare la gente comune; c) realizzare un auspicabile cammino in comune con i membri della gerarchia ecclesiastica che fossero disponibili. Programma, questo, pertinente, ma che richiede tempi lunghi e ulteriori sviluppi.

Se volgiamo lo sguardo al presente dell’umanità, ci accorgiamo che le discriminazioni sono il vero ostacolo nel quale s’infrange ogni disegno di pacificazione universale. Per ovviarvi, sono da abbattere stupidi tabù e barriere. Ma nell’immediato non resta che occuparsi della fetta di umanità “più vicina”. La CHIF guarda a quella di cui abbiamo parlato. La quale, il più delle volte resta invisibile, data l’endemica emarginazione di chi osa varcare i confini del sacro; ed invoca, tacitamente, aiuto.

Proprio per questo la CHIF ha la funzione storica di esserci.

sito web in costruzione

http://www.chif.altervista.org/

mail: chif.direzione@tiscali.it

Nominate nove donne prete: sfida al Vaticano

Nove donne, in aperta sfida con le gerarchie ecclesiastiche del Vaticano, sono diventate "sacerdoti". La cerimonia è avvenuta ieri a bordo di un battello, sulle acque del fiume San Lorenzo. È la prima volta che accade nell’America del Nord. La cerimonia è stata un vero e proprio schiaffo per il Vaticano: il gruppo cattolico americano Women’s ordination Conference è stato scomunicato due anni fa, in seguito ad una analoga cerimonia, dalla "Congregazione per la dottrina della fede", all’epoca guidata dal cardinale Joseph Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI.
«La cerimonia non si è svolta sotto la giurisdizione di nessuna diocesi – ha detto Joy Barnes, direttrice della Conferenza – se vuole, il Vaticano dovrà intervenire direttamente».
Nel giugno 2002 sul Danubio, al confine tra Austria e Germania, la stessa organizzazione – che fa riferimento alla Chiesa cattolica apostolica carismatica Jesus Rey dell’arcivescovo argentino, poi scomunicato, Romulo Braschi – ordinò sette donne: sono state due di loro, una tedesca e un’austriaca che sostengono di essere "vescovi", a consacrare a loro volta i nuovi preti donna sul San Lorenzo.
All’inizio di luglio una donna francese, Genevieve Beney, è stata ordinata a Lione nel corso di una cerimonia a bordo di una chiatta che risaliva la Saona. La donna, 55 anni, sposata con un protestante ma senza figli, era stata subito scomunicata.
Grande soddisfazione per la cerimonia di ieri è stata espressa da Michele Birch-Conery, originaria dell’Isola di Vancouver, l’unica canadese del gruppo.
La sera precedente la cerimonia, le nove donne si erano incontrate al Ramada Provincial Inn per mettere a punto gli ultimi dettagli dell’appuntamento del giorno dopo. Kathleen Strack ha sottolineato come l’idea di prendere i voti le fosse venuta quando aveva appena 8 anni. «Non posso esprimere con esattezza – ha aggiunto – quanto fui toccata nel profondo dell’anima nel capire cosa Dio mi stesse chiedendo».
Domenica aveva avuto luogo alla Carlton University di Ottawa la Women’s Ordination Worldwide, una conferenza a cui hanno preso parte più di 500 donne provenienti da 23 Paesi.

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In Italia i sacerdoti sposati cattolici potrebbero essere inseriti tra i cappellani militari.

Si dice: pochi preti, e spesso in altre faccende affacendati. Parrocchie sguarnite, diaconi ancora scarsi. In compenso coesistono moltissimi preti “dispensati” (cioè  preti che si sono sposati, rinunciando al ministero sacerdotale). Perchè non affidare loro una diaconia? Perché non disporre di questi “sacerdoti in eterno” per un diverso servizio all’interno della stessa Chiesa? Inoltre vi sono tanti  cappellani militari il cui ruolo è venuto meno  negli ultimi tempi a causa delle profonde modifiche strutturali avvenute  nell’esercito italiano. Perché insomma non redistribuire e utilizzare queste risorse pastorali nel territorio maggiormente bisognoso? (fonte Vita)
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Solidarietà a don Massimiliano, ex parroco Zen

Termini Imerese 22 luglio 2005 – L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati fondata da don Giusepppe Serrone, ex parroco di Soriano nel Cimino, originario di Termini Imerese, solidarizza con il sacerdote di 34 anni, Massimiliano Cerilli, parroco di uno dei quartieri più difficili di Palermo, lo Zen, che ha  ha chiesto ai superiori la dispensa dal ministero per formare una famiglia.  Don Gregorio Porcaro, già vice di Don Pino Puglisi, il prete di Brancaccio assassinato dalla mafia, poi nominato parroco dell’Acquasanta, un altro quartiere "a rischio" di Palermo, oggi sacerdote sposato con due figli, ha dichiarato che il vero problema è il celibato dei preti: "la Chiesa  considera immorale tutto ciò che è contro natura. Ora cosa c’é di più innaturale di impedire ad un uomo di amare una donna? Mi rendo conto che non ci sono ancora le condizioni per affrontare seriamente simili argomenti ma è l’allontanamento forzato dalla comunità del sacerdote che lascia il vero strappo nella gente. La rabbia, la delusione dei parrocchiani sono sensazioni normali, naturali, quasi inevitabili. Ti considerano un punto di riferimento, in certi quartieri ancor più che in altri, e poi ti vedono interrompere un percorso che li ha coinvolti e si sentono traditi. Direi che la reazione della gente è tanto più forte quanto più stretti sono stati i rapporti che sei riuscito a creare con le persone… Gli sono molto vicino, so che è stato un ottimo sacerdote. Quella che sta vivendo è un’ esperienza dura e spero che la Chiesa, a differenza di quanto è accaduto a me, non lo lasci solo facendolo restare nella comunità e dandogli, ad esempio, la possibilità di insegnare religione nelle scuole".
 
Giuseppe Serrone ha vissuto l’emarginazione della diocesi di Civitacastellana (VT) dopo le dimissioni da parroco nel 2001: "sono stato privato dell’insegnamento nella provincia di Viterbo. Insegnavo come supplente in un liceo e i Vescovi Zadi e Chiarinelli sono intervenuti per non farmi inserire negli elenchi degli aspiranti supplenti". Il sacerdote sposato ha insegnato quest’anno come supplente per due settimane nell’istituto comprensivo Falcone, proprio allo Zen (lo stesso quartire dove era parroco don Cerilli) e per due mesi in un liceo parificato di Palermo. Ora è disoccupato, ospitato a Termini Imerese dai genitori, senza casa e con la moglie malata  e teme di perdere la supplenza per il prossimo anno scolastico, per le ingerenze del Vescovo Zadi anche a Palermo.
 
I preti sposati e  con figli ci sono, dunque, e costituiscono un problema per la Chiesa cattolica. Considerati quasi dei dannati e degli eretici da molti fedeli e da quasi tutti gli altri chierici, vivono ai margini della comunità ecclesiale. Guai, quindi, a chiedere informazioni su di loro alle Curie. Si rischiano solo imbarazzati silenzi e perentorie risposte negative. Il problema non esiste, affermano, o almeno, così si vorrebbe che fosse.

Secondo i dati più recenti, sarebbero circa trecento in tutta l’Isola, dei quali più di ottanta solo a Palermo, ben poca cosa rispetto ai circa diecimila, sui 55 mila ancora in servizio attivo, di tutto il Paese. Se poi si vanno a guardare le cifre relative al pianeta, si vede che costituiscono il ventidue per cento del totale con ben 100 mila membri.
 
 
Sulla sua scelta di sposarsi, dopo le dimissioni da parroco,  Giuseppe Serrone  ha recentemente dichiarato: " Mi sento sicuro di aver fatto una cosa giusta davanti a Dio. La Parola di Dio, fin dalla Genesi ci dice  “non è bene che l’essere umano sia solo”. Sono con il  cuore triste perché la chiesa Cattolica Romana esclude l’amore che la Parola di Dio nel Cantico dei Cantici chiama “la fiamma di Dio”.  Questo retaggio di repressione romana enfatizzato dal genio di San Agostino ha coinvolto anche altri cristiani ed altre religioni. Se guardiamo i  Vangeli Gesù non ha mai parlato male una sola volta di una donna. Il nostro cuore sanguina a pensare a tutti i disastri prodotti negli uomini da una teologia repressiva e non biblica. Uno dei nostri compiti è quello di dire, nella carità che ci lega all’amore di Cristo, che “non è bene che l’uomo sia solo” e che dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Quando l’uomo abbandona la Parola e lo Spirito di Dio scambia il bene di Dio per male ed uccide i Profeti con le “sante inquisizioni”.  Le teologie sbagliate, anche se danno potere poiché la repressione sessuale porta le masse alla dittatura del pensiero unico, diventano idoli del "rigor mortis", dell’uomo infallibile che siede al posto di Dio e sottraggono così vita agli uomini per i quali Gesù è venuto affinchè avessero vita e vita ad esuberanza.
 

Chiedo alla Chiesa di andare alla Parola di Dio con rettitudine ed Amore, di rinunciare al Trono del potere per servire ed amare come Dio ci ha amati. Il problema del celibato vada inquadrato in un concetto teologico-spirituale del sacerdozio ministeriale che necessita di riforma radicale.  Il problema non si configura ipotizzando un prete normale che ha la parrocchia e che adesso è celibe, ma potrà vivere la stessa dimensione di vita odierna con la propria famiglia. Anche questo potrebbe andare bene come momento di passaggio. Ma è la figura del sacerdote come tale che va rivisitata e riproposta. Il prete non deve essere un luogotenente di una posizione (la parrocchia) che fa parte di un mandamento (la diocesi) che a sua volta è porzione di un grande complesso governato da Roma. Se dal punto di vista storico (ed anche organizzativo) tutto questo ha avuto ed ha ancora un significato, occorre guardare avanti e pensare al sacerdote come uomo (o donna) che sia punto di riferimento di una comunità che ha come centro il Cristo ed il suo messaggio. Il sacerdozio ministeriale si configurerà  come un fratello che Dio ha chiamato ad aiutare altri fratelli a vivere il vangelo ogni giorno.

Con la propria famiglia o no. Operaio o impiegato. A tempo pieno o a tempo parziale. Questo modo di vedere il sacerdozio rivoluzioni anche il modo di porre il messaggio cristiano. Si torna alla chiesa delle origini ed al "pusillus grex" che è stato lievito che ha sconvolto la pasta corrotta dell’impero, sale che ha dato sapore ad una società stanca e viziata, luce sul candelabro che ha illuminato un mondo dominato dalla fede nel potere delle armi e della politica. Certamente nessuno di noi ha tante teste coronate, come Milingo, a proteggerci. La Chiesa verso di noi si è mostrata veramente matrigna. Pensiamo ai tanti sacerdoti che sono stati messi al bando. Spesso, per loro non c’è stato né perdono né comprensione. Qualcuno ha subìto forme di persecuzione. Sono stati buttati fuori dalla Chiesa come se, all’istante, avessero perso ogni dignità umana. Chi poi non è riuscito a ricostruirsi una vita attraverso il lavoro, si è ritrovato nella più squallida povertà, insieme con la sua famiglia.

 

Roma è timorosa di perdere il quieto vivere di tanti suoi sacerdoti e dalla paura del nuovo che lo Spirito  alita sulla vita della Chiesa.
I vertici della Chiesa non sono in mano ai poveri nè a chi lotta con i poveri, ma sono in mano ai potenti e a chi tratta con i potenti. C’è un’enorme contraddizione tra gli atti della Chiesa e i suoi insegnamenti. Fuori si presenta come paladina del dialogo, delle libertà, della tolleranza, della pace e dell’ecumenismo, e domanda perdono in varie occasioni per gli errori e le condanne ecclesiastiche del passato.  Invece, dentro, la Chiesa, mutila il diritto di espressione, proibisce il dialogo e da vita a una teologia dai forti toni fondamentalisti.

 

Il sapere di aver fatto la cosa giusta al  cospetto di Dio e per il bene della sua chiesa ci confortava e ci conforta nelle immense difficoltà della nostra società. Nella vita può accadere di trovarsi ad affrontare uno o più momenti di radicale cambiamento: ad esempio la situazione in cui si trovano molti religiosi quando, per svariati motivi decidono di lasciare la struttura in cui avevano vissuto e che li aveva “protetti” fino a quel momento. E’ proprio ora che ci si può sentire più vulnerabili, che ci si può trovare in situazione di totale isolamento, si può essere abbandonati da confratelli/consorelle, da amici, parenti, da chi, leggendo questo evento  come una “caduta” e non come un nuovo inizio, non lo comprende o non lo condivide.  Questo stato può significare il dover vivere per un tempo indeterminato in una situazione di profondo disagio psichico e fisico. Oltre a questo fatto, già di per sé gravoso, l’ambito religioso in Italia è un contesto sociale che   prevede  pochissimi supporti concreti ed economici in caso di cambiamento di rotta e questo comporta la necessità immediata, in mancanza di aiuti, di trovare casa e lavoro.

 

 Il nostro amore per Gesù e per la sue comunità di oggi ci dia la forza di esserGli fedeli. Credo che più che stablire "regole" sia urgente creare uno spirito nuovo nelle relazioni tra chiesa gerarchica e preti sposati.  Tra le cose urgenti da fare, penso che la prima sarebbe una ricerca precisa e continuamente attualizzata, sul numero e sulla situazione in cui si trovano i preti sposati e questa ricerca potrebbe essere fatta  in Italia  e nel mondo con la collaborazione delle nostre  Associazioni.

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